ti ho mai raccontato del navajo, anima mia?
Me lo ricordo bene, anche se io non lo chiamavo così, e quando me lo sono trovato davanti, su quel lettuccio d'ospedale, non credevo che avrebbe avuto tutti quei capelli bianchi.
Credo che più di tutto mi piacesse la sua voce, che sembrava venire dal profondo della terra, roca come il rombo sordo del vulcano. Chiedevo sempre, quando arrivavano gli amici dei miei, se lui ci sarebbe stato, così da ascoltare quel fuoco, anche se poi non è che mi ricordo parole particolari, o ricordi che potrei stanare e far correre su queste pagine.
So solo che anche se non continua ad avere quei capelli neri, la voce, lo spirito, gli sono rimasti dentro, un poco più fievoli dell'ultima vota, che il cuore, si sa, comanda lui sulle parole. Ha retto anche questa volta, e ne ha trovate meno del solito, e fra quelle c'era il non detto per cui ci siamo tenuti la mano, ed abbiamo respirato per un poco mentre gli davo un po' dell'aria fresca di fuori, e lui ri-alimentava quelle braci, cercando di non alzar troppo le fiamme.
"Tieni stretto ciò che è buono,
anche se è un pugno di terra.
Tieni stretto ciò che devi fare,
anche se è molto lontano da qui.
Tieni stretta la vita,
anche se è più facile lasciarsi andare.
Tieni stretta la mia mano,
anche quando mi sono allontanato da te."(poesia indiana)
Ecco, che oggi va così, perché ci sono questi momenti in cui le persone attorno sembrano scomparire, o forse, di nuovo, siamo noi che andiamo, però ora non ha importanza. Il navajo correrà ancora, anche se più piano, sulle colline che circondano Roma...
mentre con la piccola Denise, quella che ci stava sempre dietro più veloce di noi, e che ho ritrovato donna, un passo avanti a me.. chissà se troveremo il modo di accorciare questa distanza di tanti anni, di far di nuovo incontrare le nostre due voci in racconti che si sovrappongono, si scaldano un con l'altro, ci tengono lungo tutte le rotaie e le strade che separano Roma da Torino.
La so addormentata al posto del navajo, forse aspettando una carezza, una mano che la tragga fuori da questo angoscioso sogno, per tornare qui.
La so addormentata, più leggera ma forse per questo persa nel dolore di quel frutto del grembo, che qualche Dio s'è ripreso indietro.
Forse dovrebbe curarsi di non darci fiori troppo belli (come io e te sappiamo bene), se poi è così presto a riprenderseli.
Oh, lo so, anima mia, che non lo dovevo dire! ché è meglio averli avuti solo un istante, piuttosto che non ci siano mai stati. Epperò, lascia che anche io una volta mi conceda di domandarli indietro... lascia che mi conceda di domandare indietro la vita, se me la rende tutta intera, di tutti i pezzi delle "mie" anime belle; lascia che chieda , perché forse ho paura che quando avrò raccolto tutti i pezzi dell'anima mia, dovrò anche io ridarla indietro, ma non saprò più contarli, e dimenticherò.
lascia che chieda, piangendo una preghiera che si sgocciola su quelle stesse mani che, giunte verso quello stesso dio, si scaldano mentre la la voce, come una fiamma di candela, spinge fuori un quieto sussurro...
"amaci, e fa ciò che vuoi".
Visualizzazione post con etichetta Lettere personali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lettere personali. Mostra tutti i post
domenica, maggio 11
giovedì, aprile 10
Tesi (l'incocco)
Sto guardando attorno, sai. Sarà che è primavera e non è più tempo di dormire. Sarà che gli esami si avvicinano, quindi sta finendo un viaggio, e mentre arrivo alla coincidenza da cui inizia il prossimo, mi concedo il tempo per guardare lentamente con lo sguardo appreso da questo precedente andare...un po' più aperto, più libero, mi pare.
Sto guardando in modo nuovo, ma con gli occhi intrepidi di sempre, pieni della curiosità che cerca di rispondere a mille domande... e poi s'accorge che è sempre una e la stessa. E non è proprio una domanda, forse, è una ri'cerca.
Incocco, e gli occhi si concentrano sul bersaglio, mantenendosi aperti sull'orizzonte...
E così li vedo: due a due, darsi la mano, scambiarsi baci mai troppo lunghi o troppo lenti seduti sulla panchina nascosta dalla mimosa verde di foglie. Li vedo raccontarsi all'orecchio, tenersi stretti sotto un ombrello, sfiorarsi con gli occhi sui binari, mentre uno va, ed uno resta.
Li vedo e rivedo quegli stessi abbracci: tenersi stretti alla vita e camminare con lo stesso passo sulla sabbia di mare, sfiorarsi con le mani in cielo, incontrarsi con gli occhi in piazza dei Miracoli: due capolavori sotto ai monumenti.
Vedo quello che prima non sapevo di voler cercare, anima mia. Non lo sapevo, prima di averlo trovato.
Lo vedo mentre lascio aperte le porte e le finestre alle novità e al vento che si insinua tiepido a ripulir la casa della polvere, a portar via pagina dopo pagina le nozioni di osteopatia che si fanno sangue, ogni giorno di più, sfuggendo ai libri per risalirmi nelle mani.
Lo vedo mentre risento tutti quei gesti che non avevo creduto di saper fare, quel sedersi accanto accanto, salutarsi dietro i vetri dei treni, tu con un panino in mano, io con le chiavi della moto, in movimento apparente ... uno via dall'altro... ma solo per ritrovarsi una volta finito questo viaggio, apparentemente contro-verso, dall'altro lato. Come se ciascuno lasciasse il binario 2, uno salendo sul vagone per scendere dal lato opposto, e l'altro imboccasse il sottopassaggio ma sempre per giungere al binario Uno: e ritrovarsi di fronte, senza mai essersi separati veramente.
E in questo tempo così breve che non finisce mai, sto guardando tutti i particolari che ti voglio raccontare, che voglio di nuovo imparare a memoria per sapere di saperlo fare... innescando quei neuroni a specchio che seguono un bacio, una carezza, un abbraccio e se lo copiano mille volte, finché ti pare di averlo dato tu, quel bacio lungo come il viaggio che sto facendo per andare a ritmo con questo Uni-verso, che ci riporta sempre di fronte.
Oggi attraverso lo specchio, quello grande in cui ci riflettevamo tutti e due.
Qui attraverso lo specchio, quello grande in cui rifletto tutti e due.
Ora attraverso la de-flessione di questo ri-flettere, per lasciarsi andare in modo diverso, sapendo quel che si vuole e tenendolo nelle mani in questo continuo guardarlo attorno, per poter
andare nel verso giusto. Verso di Te.
Sto guardando in modo nuovo, ma con gli occhi intrepidi di sempre, pieni della curiosità che cerca di rispondere a mille domande... e poi s'accorge che è sempre una e la stessa. E non è proprio una domanda, forse, è una ri'cerca.
Incocco, e gli occhi si concentrano sul bersaglio, mantenendosi aperti sull'orizzonte...
E così li vedo: due a due, darsi la mano, scambiarsi baci mai troppo lunghi o troppo lenti seduti sulla panchina nascosta dalla mimosa verde di foglie. Li vedo raccontarsi all'orecchio, tenersi stretti sotto un ombrello, sfiorarsi con gli occhi sui binari, mentre uno va, ed uno resta.
Li vedo e rivedo quegli stessi abbracci: tenersi stretti alla vita e camminare con lo stesso passo sulla sabbia di mare, sfiorarsi con le mani in cielo, incontrarsi con gli occhi in piazza dei Miracoli: due capolavori sotto ai monumenti.
Vedo quello che prima non sapevo di voler cercare, anima mia. Non lo sapevo, prima di averlo trovato.
Lo vedo mentre lascio aperte le porte e le finestre alle novità e al vento che si insinua tiepido a ripulir la casa della polvere, a portar via pagina dopo pagina le nozioni di osteopatia che si fanno sangue, ogni giorno di più, sfuggendo ai libri per risalirmi nelle mani.
Lo vedo mentre risento tutti quei gesti che non avevo creduto di saper fare, quel sedersi accanto accanto, salutarsi dietro i vetri dei treni, tu con un panino in mano, io con le chiavi della moto, in movimento apparente ... uno via dall'altro... ma solo per ritrovarsi una volta finito questo viaggio, apparentemente contro-verso, dall'altro lato. Come se ciascuno lasciasse il binario 2, uno salendo sul vagone per scendere dal lato opposto, e l'altro imboccasse il sottopassaggio ma sempre per giungere al binario Uno: e ritrovarsi di fronte, senza mai essersi separati veramente.
E in questo tempo così breve che non finisce mai, sto guardando tutti i particolari che ti voglio raccontare, che voglio di nuovo imparare a memoria per sapere di saperlo fare... innescando quei neuroni a specchio che seguono un bacio, una carezza, un abbraccio e se lo copiano mille volte, finché ti pare di averlo dato tu, quel bacio lungo come il viaggio che sto facendo per andare a ritmo con questo Uni-verso, che ci riporta sempre di fronte.
Oggi attraverso lo specchio, quello grande in cui ci riflettevamo tutti e due.
Qui attraverso lo specchio, quello grande in cui rifletto tutti e due.
Ora attraverso la de-flessione di questo ri-flettere, per lasciarsi andare in modo diverso, sapendo quel che si vuole e tenendolo nelle mani in questo continuo guardarlo attorno, per poter
andare nel verso giusto. Verso di Te.
Etichette:
Lento,
Lettere personali,
stelle di stelle,
Viaggi
venerdì, marzo 7
un sorriso da bambino
Li hai visti, i bambini quando sorridono?
sembra che sappiano qualcosa che non sai... Non dico ridere, ma sorridere. Anche se mi piace quel loro ridere a bocca aperta, senza fine, senza pensieri. Se ne vedono sempre meno, ma mi ricordano quelle volte che facevo l'aereo sulle braccia di mio papà, o rotolavo nel prato, o mi imbrattavo la faccia di more e correvo nei prati senza che niente potesse far pensare ad una fine (per così dire) logica, perché la logica, da bambini, è tutta personale e presente:
si immagina, da bambini, ma si immagina "ora", e tutto diventa vero.
Da bambini è tutto un "facciamo finta che eravamo...", il che delinea una storia passata, ma poi c'è solo il presente: "facciamo". E questo fa anche capire che da bambini si sa, la differenza tra immaginazione e presente, ma le due estremità si baciano, e tutto è, contemporaneamente.
Ecco, a volte si passano anni a cercare di ritrovare quel bambino, e taluni credono che infilarsi cose da adolescenti, farsi le codine, bamboleggiare con fare birichino sia tutto ciò che serve.
Invece non serve altro che ritrovare quel senso di sorpresa che deriva dal non aspettarsi le cose, dal non sapere ancora che babbo Natale non è che che quello zio travestito, o mamma e papà che mettono i doni sotto l'albero quando alla fine, dormi. Però immagini e sogni, e le immagini e i sogni si realizzano.
Non dico ti dico niente di nuovo, ma di nuovo c'è che ho rivisto quegli occhi, ho rivisto quel sorriso apparire fra le rughette del viso e i capelli che oggi non hanno più tanti riflessi biondo-cenere, quanto piuttosto delle spume grigio-bianco, ma questo mi piace; "facciamo finta che mi era caduta la neve sui capelli e...". E...
Va bene, sai. Apprezzo questa vecchiezza che racconta i ricordi senza volerli più, senza fermarsi a dire come era bello, perché è bello ora. Ora che "facciamo che", senza fare finta.
E che ne facciamo, ora? Ora che non ci sei, amico mio con cui abbiamo valicato i mari, e corso nei cieli, e ci sono io per tutti e due; ora che infilo quella maglia solo perché il biplano mi rimette le ali, e mi sento un aviatore anche senza andare da nessuna parte, "facciamo che avevamo già visto questo addio, e ci ritrovavamo.."
E ci ritrovavamo?
Si, facciamo che era qui, facciamo così!
Perché ho rivisto quel sorriso mentre stavo accucciata di fronte ad una piccola principessa, mentre seria seria (te lo ho detto che ce ne sono pochi, di bambini che sorridono) giocava nel corridoio con un cavallo viola, spiegandomi che volava solo perché era un giocattolo, mentre per me volava davvero perché aveva le ali, come il mio biplano e la mia immaginazione.
E l'immaginazione, quella si, che mi ridona il sorriso. Poiché adesso che gli anni si son fatti monili, il cuore resta monello e ride, a bocca aperta, vedendosi sorridere allo specchio, ben sapendo qualcosa che prima non sapeva. Che tutto ciò che immagini si realizza, ora, qui.
Perché è ora, e qui, che riconosci di averlo creato nei giochi: "facciamo finta che ero una maestra, un grande mago, un lanciatore di coltelli, un paracadutista, un guerriero, uno scrittore, un pirata...".
Tante di quelle vita, abbiamo vissuto tu ed io, e tante di quelle volte ci siamo incontrati.
Ora, dunque, "facciamo che.." ma non facciamo più finta, perché questa al fine è la differenza fra gli adulti e i bambini: gli adulti non fanno più finta. Fanno.
Eppure questo non vuol dire smarrire i sogni, smettere di immaginare (che ci fa vedere le vie di uscita, le soluzioni, le vie in partenza). Non fare più finta significa che si è consapevoli che quello che si immagina è reale, in questo magnifico gioco che è la vita, quindi si possono formare le cose in modo consapevole: proprio come si scrive, purché non ci si perda negli "automaticamente".
Non fare più finta significa che, ben sapendo che tutto è nell'immaginazione, la storia e la meta si scrivono con quel "facciamo", e non con quello "che eravamo".
Ecco... Facciamo che sorrido allo specchio, e d'ora in poi, invece del sorriso che ora si vede, cerco quel che l'Alighieri dice essere il "molto ... da vedere che tu non vedi". Quello che è dietro agli occhi, dove ti riconosco ogni giorno, qualunque colore hai "fatto finta" che abbiano.
Etichette:
amore,
Bellezza,
Dio,
giochi di fanciulli,
Lettere personali
sabato, gennaio 18
"Quello che è importante, è invisibile agli occhi"
"Ometto caro, hai avuto paura...". Aveva sicuramente avuto paura!
Ma rise con dolcezza: "avrò bene più paura questa sera.."...
"Ometto, voglio ancora sentirti ridere"..
"Quello che è importante non si vede...guarderai le stelle, la notte. E' troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E' meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle, allora tutte le stelle ti piacerà guardarle...e poi ti voglio fare un regalo", e rise ancora.
"..sarà proprio questo il mio regalo... gli uomini hanno delle stelle che non sono tutte uguali..per gli uni sono delle guide..per altri non sono che piccole luci. Per altri ..non sono che problemi..ma tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha. ..quando guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, le stelle che sanno ridere". E rise ancora.
" e quando ti sarai consolato, ci si consola sempre, sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così per il piacere...E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo, e tu dirai 'si, le stelle mi fanno sempre ridere'. E ti crederanno pazzo".
A. de Saint Exupery, Il Piccolo Principe
(18-01-2014)
Ma rise con dolcezza: "avrò bene più paura questa sera.."...
"Ometto, voglio ancora sentirti ridere"..
"Quello che è importante non si vede...guarderai le stelle, la notte. E' troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E' meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle, allora tutte le stelle ti piacerà guardarle...e poi ti voglio fare un regalo", e rise ancora.
"..sarà proprio questo il mio regalo... gli uomini hanno delle stelle che non sono tutte uguali..per gli uni sono delle guide..per altri non sono che piccole luci. Per altri ..non sono che problemi..ma tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha. ..quando guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, le stelle che sanno ridere". E rise ancora.
" e quando ti sarai consolato, ci si consola sempre, sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così per il piacere...E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo, e tu dirai 'si, le stelle mi fanno sempre ridere'
martedì, dicembre 31
amar cor - ama 'r (il) cor _BUON ANNO NUOVO!
Non finisce proprio così... ma qui comincio:
DICEMBRE, 25:
Core amaro: cerco con gli occhi tra le finestre dei rami nudi, come se lì in mezzo ci fosse l'altra parte del mio cuore...ma non si vede la metà di nulla. Figuriamoci la meta: spogliato d'altri petali, quel pezzo che è rimasto non è certo più leggero.
Eppure mi sembrava d'essere ancora tutta intera, anima mia, anche se mi sono sparsa in giro; mi rimbocco le maniche, già da sempre troppo corte (ho le braccia lunghe..che ci vuoi fare) che mi fanno venire freddo ai polsi.. o forse a questo mezzo cuore, e inizio a cucirgli una veste di ricordi brevi, per tenerlo al caldo.
Meno crudele e meno esplosivo dell'altro, quest'anno recita la "fine" di una amicizia ventennale: è un finale, intendimi, non di quelli che chiudono veramente. Sappiamo sempre di esserci, io almeno so di essere qui... ma credo che, come lei ha già fatto, chiameremo qualcun'altro (almeno "prima") se avremo bisogno. C'è questa chiusa, quindi, in sordina, senza nessuna lite, senza nessun arrivederci: come se fossimo due personaggi che spariscono dalla storia che l'occhio sta seguendo senza che alcun altro se ne accorga: sul palcoscenico resta solo la coscienza d'aver preso strade che si allontanano, strade in cui abbiamo alzato il telefono per altre chiamate, lasciando scritto, come sibilato dal suggeritore, un messaggio breve di auguri, e 'l'immenso silenzio che segue ilsapere di non aver altro da dire oltre a quei "Tanti auguri, e felice anno nuovo".
"danke, ebenfalls".
SETTEMBRE Core stanco, prima della vacanza in solitaria. Mi inseguivo sulle le mappe, quasi a mettermi avanti e poi trovarmi lì, cercando di fare in modo di passare a raccontarmi qualcosa; e a lasciare a te un regalo che duri per sempre, e a lasciarti andare un altra volta, mentre me ne andavo eretta, con tutti quei battiti in petto (eh, si, la tachicardia) cui ne manca sempre uno.
Non sapevo se ce l'avrei fatta, non sapevo come trovarti, salvo allo specchio ogni mattina, e poi ero lì, e dicevo qualcosa contro il muro dove stava il viso che ricordo... e l'uomo sotto la scala mi raccontava delle cose, e sembrava che stesse piovendo. Forse perché frusciavano i cipressi, o erano quelle ali che ci stanno proprio sulle spalle, anche se io a volte dimentico ancora di usarle.
"And now we standing face to face, isn't the world a crazy place"?
Ce ne siamo andati da lì col cuore pieno. E non era tanto pesante.
Ma prima c'è stata tutta una estate di sole, qualche interessarsi accademico per altri volti, e molte volte il curvarsi verso gli altri a mani tese, ascoltando tutti i piccoli sussurri del mio mondo chiuso ai telegiornali e alle notizie, se non quelle che mi vengono all'orecchio per necessità.
C'è stata molta accademia quest'anno, come se potessi così mettere a riposo il mio solo muscolo involontario, per trovare alla fine un accordo.
E sul finale ecco che qualcosa è sembrato accordare tutti i piccoli dolori e i piccoli piaceri di questo anno, ruzzolato via come un ammasso di pietruzze, in un ticchettare quasi musicale di lune-marte-mercole-giove-vene-sabatodomenica, lune-marte-mercole-giove-vene-sabatodomenica......
Nuovi personaggi son scesi a sorpresa tra le battute, battendo i tacchi o i tasti, e aprendosi un posto nel copione poco originale di una qualsiasi (- ? - maddai, si fa per dire!) fine anno... spiegando (non ti pare?) l'abitudine all'artificio dei fuochi: rappresentare la festa degli eventi accaduti, che dirompendo evaporano senza lasciare traccia, se non quel sorriso che, fin da bambini, facciamo nel vedere i fiori lassù nel cielo.
Ecco... Aspettando con gli occhi in alto, raccolgo in una volta sola tutta la mia gratitudine ed il cuore sparso, espanso, in compenso, preparandomi a innalzarlo per l'ultimo brindisi, e poi lasciarlo andare.
Ci verso dentro quella volta a Matera, che, lavorando, mi sono guadagnata una cena a vino, chiacchiere e formaggio con il miglior amico di una sera.
ci metto i fruscii di lava sul dorso dell'Etna, l'accompagnamento di tastiera ai nostri pensieri quando dialoghiamo con le persone lontane, il bagno nel mare in un'alba di spuma dorata, le voci stonate a cantare con gli amici sulla spiaggia; le corse nel traffico per arrivare in tempo, il tempo preso per rimanersi accanto...
nel calice, o nel cuore, c'è un grazie agli amici di prima,
a quelli che non sono più "boni amichi come prima",
c'è il grazie a tutti quelli che erano amici da prima di conoscerci,
a quelli che a conoscerci siamo più che amici, fratelli.
C'è il Grazie a mio fratello e alla mia sorella-cognata, ai miei carissimi genitori, alla mia nonna che a vederla, non sapresti mai quanto è grande, visto che sta diventando piccola piccola, il grazie a tua sorella, alla mia nuova amica, alla mia buona vita.
Un grazie agli amici di un solo sorriso, di un buon giorno, di una sera, di una conversazione con abbastanza parole, di un testo che non basta a raccontarci, di un racconto che non sai quando finirà, di una fine che..
eccola, sta tutta qua.
E..non è altro che un inizio...
raccolto tutto in una sincronia che non sapevo più sentire: si svuota..si riempie, si spezza, si cuce... si stanca e si lancia, aspira e sospinge.. Ma ci sono tutti i battiti, e le battute, e...
i miei più cari Auguri di felicità, piccole e grandi, di carezze, di mete e di metà, di interi e di vuoti, di ritrovarsi e perdersi insieme...
nel Bene, con senno, allegria e tanta serenità!
Tra i rami, gli occhi si impigliano ai nuovi boccioli, e se quel pezzo (di cuore) che si vede è certo più leggero, il resto non si vede, non perché ci sia solo metà,
ma perché guardo solo un lato, dal centro di un intero.
DICEMBRE, 25:Core amaro: cerco con gli occhi tra le finestre dei rami nudi, come se lì in mezzo ci fosse l'altra parte del mio cuore...ma non si vede la metà di nulla. Figuriamoci la meta: spogliato d'altri petali, quel pezzo che è rimasto non è certo più leggero.
Eppure mi sembrava d'essere ancora tutta intera, anima mia, anche se mi sono sparsa in giro; mi rimbocco le maniche, già da sempre troppo corte (ho le braccia lunghe..che ci vuoi fare) che mi fanno venire freddo ai polsi.. o forse a questo mezzo cuore, e inizio a cucirgli una veste di ricordi brevi, per tenerlo al caldo.
Meno crudele e meno esplosivo dell'altro, quest'anno recita la "fine" di una amicizia ventennale: è un finale, intendimi, non di quelli che chiudono veramente. Sappiamo sempre di esserci, io almeno so di essere qui... ma credo che, come lei ha già fatto, chiameremo qualcun'altro (almeno "prima") se avremo bisogno. C'è questa chiusa, quindi, in sordina, senza nessuna lite, senza nessun arrivederci: come se fossimo due personaggi che spariscono dalla storia che l'occhio sta seguendo senza che alcun altro se ne accorga: sul palcoscenico resta solo la coscienza d'aver preso strade che si allontanano, strade in cui abbiamo alzato il telefono per altre chiamate, lasciando scritto, come sibilato dal suggeritore, un messaggio breve di auguri, e 'l'immenso silenzio che segue ilsapere di non aver altro da dire oltre a quei "Tanti auguri, e felice anno nuovo".
"danke, ebenfalls".
SETTEMBRE Core stanco, prima della vacanza in solitaria. Mi inseguivo sulle le mappe, quasi a mettermi avanti e poi trovarmi lì, cercando di fare in modo di passare a raccontarmi qualcosa; e a lasciare a te un regalo che duri per sempre, e a lasciarti andare un altra volta, mentre me ne andavo eretta, con tutti quei battiti in petto (eh, si, la tachicardia) cui ne manca sempre uno.
Non sapevo se ce l'avrei fatta, non sapevo come trovarti, salvo allo specchio ogni mattina, e poi ero lì, e dicevo qualcosa contro il muro dove stava il viso che ricordo... e l'uomo sotto la scala mi raccontava delle cose, e sembrava che stesse piovendo. Forse perché frusciavano i cipressi, o erano quelle ali che ci stanno proprio sulle spalle, anche se io a volte dimentico ancora di usarle.
"And now we standing face to face, isn't the world a crazy place"?
Ce ne siamo andati da lì col cuore pieno. E non era tanto pesante.
Ma prima c'è stata tutta una estate di sole, qualche interessarsi accademico per altri volti, e molte volte il curvarsi verso gli altri a mani tese, ascoltando tutti i piccoli sussurri del mio mondo chiuso ai telegiornali e alle notizie, se non quelle che mi vengono all'orecchio per necessità.
C'è stata molta accademia quest'anno, come se potessi così mettere a riposo il mio solo muscolo involontario, per trovare alla fine un accordo.
E sul finale ecco che qualcosa è sembrato accordare tutti i piccoli dolori e i piccoli piaceri di questo anno, ruzzolato via come un ammasso di pietruzze, in un ticchettare quasi musicale di lune-marte-mercole-giove-vene-sabatodomenica, lune-marte-mercole-giove-vene-sabatodomenica......
Nuovi personaggi son scesi a sorpresa tra le battute, battendo i tacchi o i tasti, e aprendosi un posto nel copione poco originale di una qualsiasi (- ? - maddai, si fa per dire!) fine anno... spiegando (non ti pare?) l'abitudine all'artificio dei fuochi: rappresentare la festa degli eventi accaduti, che dirompendo evaporano senza lasciare traccia, se non quel sorriso che, fin da bambini, facciamo nel vedere i fiori lassù nel cielo.
Ecco... Aspettando con gli occhi in alto, raccolgo in una volta sola tutta la mia gratitudine ed il cuore sparso, espanso, in compenso, preparandomi a innalzarlo per l'ultimo brindisi, e poi lasciarlo andare.
Ci verso dentro quella volta a Matera, che, lavorando, mi sono guadagnata una cena a vino, chiacchiere e formaggio con il miglior amico di una sera.
ci metto i fruscii di lava sul dorso dell'Etna, l'accompagnamento di tastiera ai nostri pensieri quando dialoghiamo con le persone lontane, il bagno nel mare in un'alba di spuma dorata, le voci stonate a cantare con gli amici sulla spiaggia; le corse nel traffico per arrivare in tempo, il tempo preso per rimanersi accanto...
nel calice, o nel cuore, c'è un grazie agli amici di prima,
a quelli che non sono più "boni amichi come prima",
c'è il grazie a tutti quelli che erano amici da prima di conoscerci,
a quelli che a conoscerci siamo più che amici, fratelli.
C'è il Grazie a mio fratello e alla mia sorella-cognata, ai miei carissimi genitori, alla mia nonna che a vederla, non sapresti mai quanto è grande, visto che sta diventando piccola piccola, il grazie a tua sorella, alla mia nuova amica, alla mia buona vita.
Un grazie agli amici di un solo sorriso, di un buon giorno, di una sera, di una conversazione con abbastanza parole, di un testo che non basta a raccontarci, di un racconto che non sai quando finirà, di una fine che..
eccola, sta tutta qua.
E..non è altro che un inizio...
raccolto tutto in una sincronia che non sapevo più sentire: si svuota..si riempie, si spezza, si cuce... si stanca e si lancia, aspira e sospinge.. Ma ci sono tutti i battiti, e le battute, e...
i miei più cari Auguri di felicità, piccole e grandi, di carezze, di mete e di metà, di interi e di vuoti, di ritrovarsi e perdersi insieme...
nel Bene, con senno, allegria e tanta serenità!
Tra i rami, gli occhi si impigliano ai nuovi boccioli, e se quel pezzo (di cuore) che si vede è certo più leggero, il resto non si vede, non perché ci sia solo metà,
ma perché guardo solo un lato, dal centro di un intero.
martedì, settembre 3
-35 riprendere il viaggio... (102 cose da fare nella vita)
Parole che raccontano fatti, fatte per restare lì, perchè sebbene abbia scritto qualcosa, quello che è scappato tra le date e si è versato su queste pagine, fuori dal cuore, era il racconto di cose fuori dal tempo: non potevano restare dentro a niente; e le ho riversate e girate per ogni verso, perchè non gli deve restare dentro niente.
Così, dopo aver "saltato nel vuoto senza il vuoto dentro", inizio a riscrivermi da uno spazio senza confine, che inizia con un viaggio, e un viaggio che invece di finire come sempre battendo i tacchi delle scarpe rosse, inizia così: "non c'è nessun posto come casa mia".
La casa però, è dove sta il cuore, dicono.
Così qualche ricordo potrebbe riemergere tra qualche tempo, sul "viaggio della dimenticanza", compiuto con l'amica che piange suo marito, come amica che piangeva il suo amico, ma "compiuto" in Marocco: autenticamente finito là. Un viaggio di carta, nato dal biglietto rimborsato per la nuova Zelanda, e vissuto come se le foto si riproducessero ancora sulla carta fotografica, si è concluso parcheggiando in garage, al ritorno da Fiumicino.
Pertanto può aspettare altri momenti, se mai volesse essere raccontato, anzichè restare riposto nei sottoscala cromatici delle fotografie; quelle, che finiscono con l'essere il miglior ripostiglio per i fatti, restano a segnare le mete percorse, mappa della ricerca di nuove geometrie in cui, specchiandomici, ridisegnavo il paesaggio, e il "passaggio ponte".
Economico e un po' scomodo, ma ligio al criterio dell' "avventura", sui traghetti" il passaggio ponte è per lo più richiesto per risparmiare, e infatti sul prossimo traghetto, sarà il punto da cui saluterò la mia ultima meta fisica (la Sicilia). Con la metà non fisica però, mi sono accorta ora che questo stretto calle, che connette dentro e fuori, s'era a dir poco interrotto: paradossalmente, invece che dentro me a sbatter la testa in un labirinto egoista, sono rimasta chiusa fuori: sull'estremo in bilico, aggrappata ad un confine che si sbriciolava, Lila percossa dal vento, impigliata al suo ottimismo, è stata la linea di demarcazione tra sée il resto, ma quasi in un altro mondo. A volte, pensava, in un'altra sé. Ma questa è una storia che sarà raccontata altrimenti.
Se invece fossi stata davvero su una nave, in questi mesi, mi sarei sentita nella stiva, o forse naufraga, tanto l'effetto era uguale: la soffocante ristrettezza di alternativa; aspetta e cerca di respirare, (ripeteva quell'ancora di me stessa), o muori.
Ho respirato. Ho aspettato.
E sono viva. Di nuovo, fino a quel fondo che è "abisso e cielo", perchè l'abisso più grande in cui perdersi è quel cielo di stelle che si intravede tra i pini, e che quando sei in riva al mare a faccia in su, di notte, ti sostiene parimenti alla schiuma di mare di quell'acqua che dietro al solco che lasci "che ritorna eguale"(cfr. Paradiso, Canto I).
Di questo tempo senza me, o meglio, in cui c'era tanta me, tutta dipinta di emozioni confuse, piuttosto un quadro impressionista che una foto, sono le fotografie che mi insegnano, sgranando il reticolo di rughe sottili e fitte, la mappa di tutto il mio andare, per ritrovarmi qui.
Fotografie e parole, che adesso, asciugate dal sole, sono riportate dentro dalla risacca, e si gonfiano, si arrotolano, prendendosi un posto nuovo in questo riprendere la vita... e un viaggio.
C'è già nessuna valigia in cui riportare le cose, e, comke ho detto, prima di avviarmi ho battuto i tacchi delle mie scarpe da viaggio già una volta, perchè il ritorno possa essere più celere.
Spero si ricordino la strada, 'ché non erano servite a rientrare dalla magrebina terra, dato che, per certi versi, non ero mai andata via.
Il bagaglio di questa nuova partenza sono i mobili che hanno cambiato posto, un nuovo ordine per i libri, gli angoli puliti e la dispensa piena dell'aria che, dalle finestre aperte lascia entrare l'ultima estate. Lascia uscire quella che spero essere l'ultima attesa di me.
E dato che non ci trova altrove, quindi da adesso in poi cercherò di tenermi tutta insieme, il cerchio e il centro, come ditrebbe un altro Pellegrino.
E con questo mancato bisogno di andare, a piedi nudi incontro i passi che mi allontanano dalla soglia, e riprendo il conto:
35- riprendere il viaggio con la piena coscienza, e la borsa vuota
martedì, luglio 2
un lunghissimo addio e qualche scusa (a Nino Hawk)
E' passato moltissimo tempo, amico mio
dalla prima volta che ci siamo trovati faccia a faccia e ci siamo scoperti entrambi due metà di uno. L'intero, come sai, alla fine dovevo essere io, ma solo perché sono quella che è rimasta: senza bisogno di sfidare la morte, ma sfidando la vita ogni giorno, cercandola sulle dita, fra i corpi e le anime che mi si muovono intorno riempiendomi sempre più di loro e loro, riempiendosi sempre un po' di me.
Non rimani mai, se non puoi cavartela. E per potertela cavare, che tu lo sappia o no, devi essere tutto intero. E perché io fossi intera, tu sei andato in pezzi; perché io potessi rimanere qui, intera... a metà.
Tu la mia gloria nei cieli, io il tuo cuore sulla terra. Ricordi?
Ricordi, lo so. Lo so, perché ora che siamo tornati uno solo, tu quel pezzo di anima che mi doveva lasciare affinché mi fosse reso, so che quando ti parlo parlo con me.
Ogni mio dolore, ogni solitudine sembra essere la tua assenza, ma è proprio questo: è la mia solitudine quella che affronto. Con cui mi confronto, faccia a faccia, e che se fossi diversa da quella che sono, intera a metà, mi spaccherebbe non in due, ma in mille, pezzi, pur cadendo da un punto meno alto di quello che ti è servito perché l'eco e i frammenti arrivassero fino qui.
La mia solitudine è quella che affronto quando ricordo il primo viaggio che abbiamo fatto insieme, "il viaggio Nino", come lo chiamasti tu, e quello di mezzo, l'ultimo viaggio fisico per arrivare a lasciarti sul confine dell'ambasciata, prima dell'ultimo abbraccio, e molto, molto distante dalle ultime parole che ci siamo detti, dai sogni sussurrati o forse solo sognati.
E' di questo che volevo scriverti, anzi, dell'unica cosa che non ci siamo detti.
Perché non sai, che pensavo che se fossimo caduti dallo scooter saresti rimasto qui; e sono stata attenta attenta, 'ché temevo che ti saresti arrabbiato, se ci fossimo fatti male e tu avessi perso il volo. Ti saresti sicuramente arrabbiato, sottovoce, come parlavi tu, ma probabilmente ti saresti così arrabbiato che ci saremmo spezzati, e so per certo che non saresti ancora qui, e io sarei solo metà.
Ma ti chiedo scusa, perché non ci ho nemmeno provato.
E ti chiedo scusa perché credevo che la morte fosse romantica. La morte di Ayrton, ricordi? la morte ti lascia spesso perfetto, agli occhi di chi resta. E quando ti sei detto tutto, anche quest'ultima piccolezza, ti lascia vuoto e immerso in tutto quello che di bello riesci a ricordare, ma anche a trovare altrove, purché ti rammenti tutta a bellezza di quella perfezione che hai vissuto.
"non c'è niente di romantico, nella morte".
C'è, ma non lo sai, pensavo. E non lo sapevo nemmeno io. E ti chiedo scusa, perchè non ti ho spiegato... che non è solo romantica, è anche dolorosa. Per chi resta naturalmente, finché tiene tutte le cose fuori, anche quelle che devono per forza stare prima dentro e poi uscire, come il dolore e la solitudine.
E' stato così, lo ammetto. Anche per me, con tutti i corsi che ho fatto, e con tutta la forza che ho messo nelle meditazioni per permetterti di andare. Quaranta giorni. Poi ancora ogni 15 del mese. Poi solo scrivendoti addio sulla tua foto, con quel piccolo mantra akal akal akal.
Preferivo Wahe Guru, ma questo lo sapevi. Così una notte sei tornato in sogno, per riportarmi in volo. Per farmi capire che potevo volare, tenendomi ben stretta, proprio perché tu sei il mio cuore nei cieli, e io la tua gloria sulla terra.
Sei tornato, non in modo tormentoso come quel fantasma della storia indù, della moglie morta che minacciava il marito e lo ossessionava perchè non si trovasse un'altra donna. Alla fine il maestro gli disse di raccogliere dei sassi, e chiedere la fantasma di contarli; gli disse, il maestro, che se il fantasma avesse risposto significava che era vero, e che non avesse risposto significava che era la mente dell'uomo a crearlo. Il fantasma non seppe rispondere, e non apparve più.
Sei tornato, come quel fantasma, parto della mia mente, ma per dirmi che andava tutto bene. Per dirmi che finalmente eri libero di volare, anche se ti avevano tenuto tra gli aerei tutto questo tempo; e io ho smesso di meditare, perché il mio cuore ha saputo che tutto è stato fatto.
E' perfetto, e anche se la mente si ostina a dire no, è giusto.
Amico mio,
questa mattina ho chiuso la valigia dei ricordi e non è rimasto fuori proprio niente. Nessun dolore incastrato nelle serrature, nessun pezzo di racconto dimenticato nel cassetto, nessuna immagine che non sia quella dello specchio, dentro la mia anima.
Una immagine che, in fondo agli occhidicielo, ha la sfumatura castana che ho imparato nei tuoi. E nel vestito che indosso come pelle, un po' delle cose che ho imparato da te. E fra i miei capelli, ha quel piccolo vento delle altezze che li rende sempre un po' scarmigliati.
Ho chiuso la valigia, e l'ho lasciata a terra, perché tutto quello che mi serve, lo porto indosso.
Non metà di uno, ma intera a metà, stringimi bene le cinghie, che ora ricomincio il viaggio.
| intera, anche a metà |
venerdì, aprile 26
"dimmi babbo, che cos'è la felicità?"
Ci sono storia che iniziano con "c'era una volta", ma non ora.
Questa inizia prima con un "C'E'" una volta: c'è una volta in cui ti guardo negli occhi, come se fosse la prima, e vedo cose che nessun figlio deve sapere. Vedo una storia di non detti e di esperienze, che resteranno le tue, ma hanno segnato le pieghe del tuo sorriso. E questo, è il momento in cui non sono tua figlia, ma quello che io sono: il terapeuta che guarda oltre gli occhi.
Il terapeuta che aspetta oltre il sorriso del "buon giorno", quello felice del "ora va tutto bene", che permette ad entrambi di andare per la propria strada.
Ma non sono il tuo terapeuta, sono tua figlia, e come tale posso dirti, che anche se infuria la tempesta, siamo qui insieme a guardare il cielo e: "ora, va tutto bene".
C'è una volta in cui un figlio guarda suo padre, e vi scopre un fratello, più che una persona. Si trova che la scelta di fare una stessa strada, anche se non ci fa sedere di fianco, ci fa sedere allo stesso modo. E questo è sufficiente per dirimere ogni apparente distanza, ed ogni idea che uno sia venuto prima dell'altro. Siamo qui insieme, e ogni giorno festeggiamo questo trovarci, e ritrovarci oltre i limiti conosciuti. Anche se ciascuno prende la sua strada, non saremo mai lontani.
E' così che so, che va tutto bene.
C'è una volta, papà, te lo dicevo, in cui non si è più figli. Un giorno in cui la linea di confine da ieri a oggi celebra il momento in cui puoi essere madre o padre, puoi essere sposa o sposo, ma non sei più figlio. Sei solo, e sei il re di te stesso. Quel giorno, è il giorno in cui smetti di cercare perché hai trovato. Il giorno in cui vai, solo per andare. Perché va tutto bene: tutto è giusto e perfetto.
Ogni giorno, da allora in poi, scopri che è così...
anche se poi... c'era una volta,
che mi cantavi le canzone di Antoine. E mi chiedevo:
"a che età si chiede se si ha l'età per cercare la felicità?
E ora che so che la risposta è "ora", ed anche che la felicità è qui, per una volta non ti aspetterò tornare.
Per una volta ti chiedo di lasciarti andare e mangiare in libertà questo frutto che meriti, e che sono sicura sia molto digeribile!
ti chiedo (in grazia dell'Ora e della tua età) e soprattuto ti auguro di restare sempre in viaggio, in quel paese "che si chiama verità", e di non smarrire mai il coraggio, perché la bontà, è talmente tua che non ti mancherà mai. Come il mio infinito amore, ovunque io sia.
Ti voglio bene, e dato che c'è un momento in cui, come dicevo, non si è più figli, oggi lascerò che le tue parole siano sulle mie labbra, non per la buona notte, ma per un buongiorno di compleanno!
http://www.youtube.com/watch?v=-6qwJ_HuMgA
Questa inizia prima con un "C'E'" una volta: c'è una volta in cui ti guardo negli occhi, come se fosse la prima, e vedo cose che nessun figlio deve sapere. Vedo una storia di non detti e di esperienze, che resteranno le tue, ma hanno segnato le pieghe del tuo sorriso. E questo, è il momento in cui non sono tua figlia, ma quello che io sono: il terapeuta che guarda oltre gli occhi.
Il terapeuta che aspetta oltre il sorriso del "buon giorno", quello felice del "ora va tutto bene", che permette ad entrambi di andare per la propria strada.
Ma non sono il tuo terapeuta, sono tua figlia, e come tale posso dirti, che anche se infuria la tempesta, siamo qui insieme a guardare il cielo e: "ora, va tutto bene".
C'è una volta in cui un figlio guarda suo padre, e vi scopre un fratello, più che una persona. Si trova che la scelta di fare una stessa strada, anche se non ci fa sedere di fianco, ci fa sedere allo stesso modo. E questo è sufficiente per dirimere ogni apparente distanza, ed ogni idea che uno sia venuto prima dell'altro. Siamo qui insieme, e ogni giorno festeggiamo questo trovarci, e ritrovarci oltre i limiti conosciuti. Anche se ciascuno prende la sua strada, non saremo mai lontani.
E' così che so, che va tutto bene.
C'è una volta, papà, te lo dicevo, in cui non si è più figli. Un giorno in cui la linea di confine da ieri a oggi celebra il momento in cui puoi essere madre o padre, puoi essere sposa o sposo, ma non sei più figlio. Sei solo, e sei il re di te stesso. Quel giorno, è il giorno in cui smetti di cercare perché hai trovato. Il giorno in cui vai, solo per andare. Perché va tutto bene: tutto è giusto e perfetto.
Ogni giorno, da allora in poi, scopri che è così...
anche se poi... c'era una volta,
che mi cantavi le canzone di Antoine. E mi chiedevo:
"a che età si chiede se si ha l'età per cercare la felicità?
E ora che so che la risposta è "ora", ed anche che la felicità è qui, per una volta non ti aspetterò tornare.
Per una volta ti chiedo di lasciarti andare e mangiare in libertà questo frutto che meriti, e che sono sicura sia molto digeribile!
ti chiedo (in grazia dell'Ora e della tua età) e soprattuto ti auguro di restare sempre in viaggio, in quel paese "che si chiama verità", e di non smarrire mai il coraggio, perché la bontà, è talmente tua che non ti mancherà mai. Come il mio infinito amore, ovunque io sia.
Ti voglio bene, e dato che c'è un momento in cui, come dicevo, non si è più figli, oggi lascerò che le tue parole siano sulle mie labbra, non per la buona notte, ma per un buongiorno di compleanno!
http://www.youtube.com/watch?v=-6qwJ_HuMgA
Etichette:
a m'arcord,
Auguri,
Lettere personali,
uguaglianza
mercoledì, marzo 6
Sse l'avesssi ssaputo prima...
Quasi quasi mi morderei la lingua, e tutto finirebbe prima di iniziare...ma come dire, non ci riesco, e una volta scoperto che "hai un'adernza in alto", proprio lì dove la lingua avrebbe bisogno di libertà per esprimerti, puoi decidere di fare due cose: chinare il capo e procedere come sempre, o prendere la solenne decisione di cambiare la tua vita. Come quando accade, e giuro! accade, che qualche "coincidenza" cambi le carte in tavola. Sarebbe da sciocchi non approfittarne per voltare pagina, o magari semplicemente iniziare a raccontare.
L'ho avuto "sulla punta della lingua" per molti giorni, questo post, e ora prende già una piega diversa. Le lettere che prima pronunciavo con indifferenza, si attaccano inseguite dall'attenzione, sul palato, nella gola, sui denti; si arrotolano placide nella lingua, si impuntano più lungamente tra le labbra mentre me le gusto.
Non le parole, le lettere. Non le lettere non scritte, ma proprio quelle piccoline come Bi, di baciare, Di di dolcezza, Elle di lontano, Gi di giocare...e naturalmente, la essse di ssincerità, ssstupore, ssorpresa...Sssi.
L'avevo sulla punta della lingua mentre l'ho "tenuta a freno", almeno per certi versi; perché chi mi conosce sa che posso parlare per ore, attorno a un argomento, ma così attorno che alla fine mi serve una mappa per ritrovarlo. E riesco a tornarci, ma è sempre tutto diverso d prima, e così posso ancora avere da dire...Ore e ore e ore.
Invece, sse l'avesssi ssaputo prima!
Oh ssi, mi ricordo gli scioglilingua che mi facevano fare: "trentatre trentini andavano a Trento tutti e trentatré trotterellando" "sopralapancalacapracampasottolapancalacapracrepa", "Sa chi sa se sa chi sa, che se sa non sa se sa, sol chi sa che nulla sa, ne sa piu di chi ne sa"... Erano un gioco in cui scivolavo con la mia esse moscia, la "sseppola" fischiata appena, che mi sono portata appresso per anni, forse per questo senza aver saputo mai dire prima con assoluta certezza: "sono al sicuro", "sei speciale", "sentimento" e soprattutto "SI!".
Ho detto sempre NO, perché era più semplice. Anche quella volta che...: "ma tu mi sposeresti?"... ehm.. e ora come glielo dico?.. beh, fa niente:"No".
Certo, lo so che non sarei stata felice, ma si fa per dire. E' cominciata così, e sono ancora qui con tutte queste curve che mi cambiano la vita, ad ogni SI che non sapevo dire, forse un po' più lontana dalla meta; forse un po' più vicina, ma sempre in scivolata, che ho paura che quando arrivo non riesco a fermarmi.
E poi un giorno c'è stato un balzo, che mi ha cambiato la vita come le coincidenze incredibili dei film. E ho deciso che avrei preso il toro per le corna e sarei andata avanti; era tutto lì pronto, con i miei guai da scavezzacollo, e il mio collo che ha retto mentre un altro si è rotto. Ho fatto un salto. E l'ho detto bene. E poi, a terra, mi sembrava tutto così facile, ma allo stesso tempo perdevo equilibrio sulle cose... "tutto o Nulla"... si, ma se non fosse solo così, mi sono detta? Se esistesse un modo...un modo per dire non "stai fermo", ma "stai bilanciato?"
Ho cercato, e ho trovato come cambiare punto di vista: mI metto sulla tavoletta oscillante, sstufa di ssstare male, e di andare per dottori, e insomma i ssoldi, con quante esse li dici, mi piace usarli per viaggiare e molte altre cose.
Quindi... mi metto sulla tavoletta, e scendo molto più in forma, ma non mi basta ancora.
Decido di affidarmi ad un collega, che per un "ciabattino" si sa che è una impresa già di per sé abbastanza eroica.
E il buon amico, mi fa scoprire questo nodo, quassù in alto, fra tutto quello che ho dentro e tutto quello che viene da fuori. Lascio che mi tratti, e poi mi tratto meglio, esercitando questo muscolo speciale, con tante radici embriologiche e cinque nervi che la innervano; e non sto a dirvi altro.
Salgo sulla tavoletta con la lingua "a freno", ma questo significa ora che sta nel posto giusto. E scopro un nuovo equilibrio. Fisico, si, ma che riflette e mi fa riflettere su altro.
Salgo sulla tavoletta con la lingua "a freno", ma questo significa ora che sta nel posto giusto. E scopro un nuovo equilibrio. Fisico, si, ma che riflette e mi fa riflettere su altro.
Salgo sulla tavoletta e mi diverto, a occhi aperti in equilibrio perfetto. Faccio la linguaccia e resto ancora lì; sorrido, con una esse sola.
Chiudo gli occhi, e ho ancora qualche dubbio..oscillo, mi riprendo. Apro gli occhi e sorrido sempre, con due esse: una per sorrido, una per sempre.
Mentre a sognare magari me ne tengo ancora due, così posso farlo più a lungo.
E penso... chissà che sarebbe successo se l'avessi saputo prima... ma la prossima volta, saprò dire "stringimi", invece di "vai", "seguimi" invece di "ciao", e magari, anche "SI".
Mentre a sognare magari me ne tengo ancora due, così posso farlo più a lungo.
E penso... chissà che sarebbe successo se l'avessi saputo prima... ma la prossima volta, saprò dire "stringimi", invece di "vai", "seguimi" invece di "ciao", e magari, anche "SI".
Etichette:
A ruota libera,
Lento,
Lettere personali,
Sincerità
giovedì, febbraio 14
Auguri (a mia mamma)
C'è un tempo in cui tutte le cose che dici sono una collana di perle, con cui adorni le persone raccontandogli ciascuna piccola cosa bella che hai visto in loro. Potrei parlartene, ma non oggi.
C'è un tempo in cui tutte le cose che fai, sono una carezza sulla pelle di quegli anni fieri che ci portiamo addosso; ciascun gesto è un arco di trionfo che si innalza da se stesso e cambia il proprio stesso senso elevandoti oltre il progetto iniziale. POtrei mettere delle fondamenta, ma non oggi.
C'è un tempo in cui le cose che senti rimbalzano tutto intorno, e ti ritornano con allegria, abbracciando anche le piccole solitudini, quelle che sembra non scompaiano mai; quelle che nessuno può colmare perchè sono la naturale distanza fra un punto e un altro. Quel paradosso che ci addanna quando entriamo in relazinoe con gli altri, ma proprio per questo non sanarsi mai rende la vita degna di essere percorsa. Anche se non arriviamo. Partiamo soltanto. Sempre. Però.. non oggi.
Perchè c'è un tempo in cui i gesti ordinati sono consegnati senza dover pagare il conto.
E' il tempo in cui l'intenzione sorpassa il mio bisogno, si distende oltre la mano che cerca di prendere, e non potendo arrivare a raccogliere quello cui anela, lo sospinge. E lo dona.
E' il tempo che vorrei regalarti; poca cosa, a te che di doni me ne hai fatti tanti. A te che una zucca (anche se mantovana) non basta a renderteli tutti; e almeno sapessi mutarla in una carrozza... ma ti accontenterai, lo so. Perché quello che conta nel dono è tutto in quell'allungarsi e spingere...
in quel porgere e porgersi verso l'altro... che poi è tutto quello che serve, secondo me, per un viaggio: il desiderio di oltrepassarsi, e di lasciare indietro per arrivare altrove; e altrove è dove non c'è più tempo, ma solo tutto l'amore d'essere dentro al cuore delle cose, o delle persone.
E' questo che vorrei regalarti. Oggi.
venerdì, gennaio 18
un certo a - dio...
"Che partenza sarebbe, altrimenti?"
Mi sei mancato ancora, ieri,
perché "Io" non posso trovarti
che in quell’angolo di cassetto,
dove è nascosto il profumo di te.
Manchi ancora in alcuni respiri
quando tento, mentre voglio fare a pezzi
tutta la rabbia di questo a(d)Dio;
ma sei andato, e non è il tempo
per salire fin dove ci confondiamo,
e non è il tempo di scendere
perché non posso confondermi
senza perdere quest'anima una,
di cui eri il pezzo mancante, e mancando
e mancandomi, s'é resa io e te, intera.
E arresa al momento giusto di separarsi,
sono qui, sol una, internamente;
divelta all'interno da radici secche
e dilaniata dall'espendermi per percepirti:
eri una stanza segreta, e ora sei
un infinito spazio, quando cercandoti
ti trovo in brandelli di ciascuna cosa
e ti rimetto insieme amando questa dilatazione.
Così manchi alla nostalgia piccola
che ti vedeva andare come l'anima vagabonda,
che si fregiava di frammenti condivisi fragili,
di borse non troppo piene e non ancora vuote,
in cui piegare la mappa delle solitudini,
e appuntare la direzione dei miei viaggi.
Ma ora c'è la strada dietro di me,
che è il luogo dei ricordi
che ci hanno tenuti insieme;
e c'è la strada innanzi a me,
e sono solo una, come un cerchio
che gira, si chiude, e si quadra e gira,
ed è il luogo dove, se non siamo uno
siamo più di due: tu il mio cuore nei cieli,
e io, il mio cuore sulla terra.
Che solitudine sarebbe altrimenti?
Certo, manchi agli occhi e alle mani
mentre accosto le finestre perché lo zefiro
del nostro tempo, ormai tramontana,
cerca di entrare; lo tengo a bada,
incespicando per un attimo senza respiro,
prima di spalancare la porta al nuovo giorno.
Inspiro me, ed espiro te. E respiro ancora.
La tramontana che cambia il cielo
non disegna il tuo corpo in nessun orizzonte.
ma ho caldo in questo cuore spaccato
(tu il mio cuore nei cieli
io la tua gloria sulla terra),
che si raccatta nel suo setto interno
e mi fa tutta intera con il suo solo colpo.
un battito asincrono perché assente
il suono doppio e la traccia dei tuoi passi.
Che partenza sarebbe, altrimenti?
Mi sei mancato ancora, ieri,
perché "Io" non posso trovarti
che in quell’angolo di cassetto,
dove è nascosto il profumo di te.
Manchi ancora in alcuni respiri
quando tento, mentre voglio fare a pezzi
tutta la rabbia di questo a(d)Dio;
ma sei andato, e non è il tempo
per salire fin dove ci confondiamo,
e non è il tempo di scendere
perché non posso confondermi
senza perdere quest'anima una,
di cui eri il pezzo mancante, e mancando
e mancandomi, s'é resa io e te, intera.
E arresa al momento giusto di separarsi,
sono qui, sol una, internamente;
divelta all'interno da radici secche
e dilaniata dall'espendermi per percepirti:
eri una stanza segreta, e ora sei
un infinito spazio, quando cercandoti
ti trovo in brandelli di ciascuna cosa
e ti rimetto insieme amando questa dilatazione.
Così manchi alla nostalgia piccola
che ti vedeva andare come l'anima vagabonda,
che si fregiava di frammenti condivisi fragili,
di borse non troppo piene e non ancora vuote,
in cui piegare la mappa delle solitudini,
e appuntare la direzione dei miei viaggi.
Ma ora c'è la strada dietro di me,
che è il luogo dei ricordi
che ci hanno tenuti insieme;
e c'è la strada innanzi a me,
e sono solo una, come un cerchio
che gira, si chiude, e si quadra e gira,
ed è il luogo dove, se non siamo uno
siamo più di due: tu il mio cuore nei cieli,
e io, il mio cuore sulla terra.
Che solitudine sarebbe altrimenti?
Certo, manchi agli occhi e alle mani
mentre accosto le finestre perché lo zefiro
del nostro tempo, ormai tramontana,
cerca di entrare; lo tengo a bada,
incespicando per un attimo senza respiro,
prima di spalancare la porta al nuovo giorno.
Inspiro me, ed espiro te. E respiro ancora.
La tramontana che cambia il cielo
non disegna il tuo corpo in nessun orizzonte.
ma ho caldo in questo cuore spaccato
(tu il mio cuore nei cieli
io la tua gloria sulla terra),
che si raccatta nel suo setto interno
e mi fa tutta intera con il suo solo colpo.
un battito asincrono perché assente
il suono doppio e la traccia dei tuoi passi.
lunedì, dicembre 24
Carissimi amici,
questa mattina mi sono svegliata con una profonda gioia dentro, qualcosa che è salito ed esploso come quella volta che m'è suonato dentro, senza cercarlo, un tuono che mi ha riscossa (WaHeGuRu) e m'ha portata oltre tutto quanto è successo, e allo stesso tempo ha impresso un segno indelebile sulla mia pelle di dentro, quella ancora liscia e infantile, non incrinata dal vento e dai tempi della vita. Una prima ruga, c'è anche lì, ora.
Cerco nella memoria le cose, e ripeto parole e suoni, gesti che si sono scelti di fare, fughe precipitose eppur coscienti, prove e compimenti di desideri; e poi, arrivata allo scorso capodanno, rammento delle mille volte che ho sentito dire: "non vedo l'ora che sia finito questo anno". Ecco, chi può dire con fermezza questo, forse non ha mai affrontato quei tre minuti di esercizio di cui amo sempre parlare. Quelli in cui quando arrivi alla perfezione, e staresti (qui) per sempre, il tempo è finito. Quelli che, probabilmente, ci vogliono per un ultimo volo a terra da quattromila metri senza paracadute.
"Sprechiamo giorni, mesi, anni, e alla fine ci accorgiamo che mancano solo trenta secondi". Così J.Beauregard in "il mio nome è nessuno". Così io, oggi.
Oggi che cado da quota duemiladodici... e in un lungo flashback rivedo tutti questi giorni, mentre tento allo stesso tempo di restare attenta a questa sensazione di volo a rovescio... come se precipitare mi portasse sempre più su. E guarda un po' che strano... nonostante provi a rammentare tutto, solo le cose veramente belle, pure, gioiose, mi si mettono dinanzi e danzano quest'ultimo giro, prolungando il tempo fino alla perfetta coincidenza tra quello che è stato, ciò che sarà.. e ora.
Qui c'è il viaggio nella morte a Trieste, c'è l'esperienza opposta dei bambini e della piccola Lu' fra le mie braccia, ci sono gli abbracci con i miei, mio fratello che si sposa, l'amico che ho perso non so ancora come in incomprensioni e silenzi, lunghe corse sulle spiagge di Ilio e tramonti di sole, e neve sulle colline e sui capelli, e risa, e baci, e "il viaggio Nino", come lo chiama lui, ancora, mentre sfoglio le pagine. Come lo chiama lui ancora, l'amico che ho trovato non so più quando in una comprensione inspiegabile, perché il tempo in questo volo, come allora, sembra non finire mai.
C'è il viaggio in nuova Zelanda compiuto solo sul web, concluso con la morte del Falco e il mio nuovo volo d'aquila, e le mille coincidenze che fanno di questo anno la manifestazione evidente di quanto tutto alla fine sia "giusto e perfetto". Ci sono altri passi compiuti, ostacoli scavalcati, cadute, infinite piccole morti a questa vita. Non posso e non riesco a spiegarne meglio, perché è una sensazione da "ultimi trenta secondi". E' il momento in cui le cose non si parlano più, ma semplicemente sono, e tatuano l'esistenza successiva: qualunque sia il destino che attende.
E in questo implodere che mi riporta fuori dolente, stupefatta, curiosa, infantile, inesatta... perfetta... scopro e vi dono l'immensa gratitudine che dilata fino a sconfinare e confondere fuori e dentro, tutto il mio essere ora.
L'immensa gratitudine... per ogni respiro che avete condiviso con me, per ciascun abbraccio, commento, silenzio, dolore, separazione, legame, libertà; per ciascuna mano sulla spalla, prestito d'ala, sguardo sull'orizzonte, occhi aperti su di sé; per ciascun fremito, carezza, pugno, strappo, premio. Per ciascun istante, di questa vita che ha, nel suo essere alla fine solo "ora", tutta l'eternità che vogliamo.
A tutti, per tutto questo, grazie di cuore.
Di tutto cuore auguri, tutti gli auguri che posso.
E se posso, vorrei ridarvi tutto l'amore che ho avuto,
e se non l'ho compreso tutto, che sia tutto vostro
quello che non ho saputo vedere.
Etichette:
amore,
Auguri,
La vita che ricordo,
Lettere personali
sabato, dicembre 1
Chiudere la valigia (il Falco è morto)
Ho chiuso la valigia,
mettendoci dentro le immagini e i ricordi tattili, quelli che non porterò più altrove, che non si cuciranno con altri nuovi (di noi), e con l'attesa che è finita tra i ritagli di giornale. Attesa che si prolunga ancora ben sapendo di non compiersi, nello scrutare l'ultimo dettaglio di quell'ultima foto e dei titoli che si rincorrono. Nelle parole che poi sono sempre le stesse, che non riescono a raccontarti come ti ho vissuto.
Il viaggio dall'altra parte della terra, è durato il tempo di prepararsi, in quelle infinite conversazioni in rete, in cui perdevamo la distanza che ci ha temuti irraggiungibili e che ora, paradossalmente, divenuta incolmabile ci fa più vicini.
"finché morte non ci separi"... ma la morte non ci separa. Ci lascia semmai un vuoto fisico, che si colma riportandoti alla vita con tutto ciò che ho appreso da te. Con tutto l'amore che c'è stato e che mi hai lasciato qui, perché potessi usarlo al meglio. Il meglio che credevo di fare era venire fin là, e riportartene un poco chiuso nella macchinetta del caffè che ti avevo preparato, e nell'attrezzo per il cappuccino, cui dovevo ancora comprare le pile. Il meglio era raggiungerti, quale estremità di me; invece ho raggiunto l'estremo, e ho chiuso il cerchio da sola, anche stavolta.
Gli oggetti che ti ho regalato me li terrò, insieme ai pattini e alla maglietta che conserva la tua dimensione, e mi ricorda che io, sono anche un po' te. E' tutto ciò che mi occorre, fra l'altro, essere me e te, e poi le ruote per spostarsi e una cosa da indossare.. e quella cola al caffè, che chissà se mi berrò mai.
Indosso questa nuova veste con cura, e tento di essere all'altezza. Anche se non sono più quei tremilacinquecento metri in cui ci siamo stretti questo legame, farò del mio meglio per essere quel che di te mi hai donato.
Mi slaccio i bottoni per farmi travolgere, con i piedi a terra, da questo ultimo vento d'autunno, lo stesso che ti ha chiuso le ali, forse confuso da questa realtà informatica che ci ha concesso di vivere le nostre mattina-sera allo stesso tempo, separati da dodici ore di fuso; filati dalla sorte che ha tagliato il filo, lasciando me a ricordarti, e a mettere nelle scatole le magliette estive che avevo preparato per perfezionare la confusione di questa estate-inverno in cui ci siamo tenuti insieme, io con il cappotto e tu con i pantaloni corti.
A me che ho sentito le mie ossa rompersi, l'immaginazione e la percezione rammentano il fracasso del tuo corpo che raggiunge la terra. Quella da cui ti allontanavi così spesso che pensavo davvero, che un giorno saresti fuggito altrove. Non credevo così presto; e se mentre ci siamo dati l'ultimo vero bacio senza asterischi, sentendo che non ti avrei rivisto pensavo solo che avresti trovato una donna che ti avrebbe tolto i ricordi.
Avevo ragione in qualche modo, ma solo sul femminile. Perché la morte non è donna; e non è nemmeno tempo. E in questa morte che mi ha strappato un pezzo d'anima per restituirmi un senso di amore più grande e forte, chiudo la valigia con un dolore stretto nelle serrature. Che non riesco a tenercelo tutto fuori, perché in parte si nasconde ancora. Lo sfilo lacerandomi il petto, mentre rimetto la valigia sugli scaffali, e in questo addio me lo vivo fino alla fine.
Così è, che mentre mi avvio verso i nuovi voli, con le mano sporche della terra che avevo voltato nei vasi, il dolore mi resta di spalle. E il tuo sorriso, velato della tristezza nel fondo del tuo occhio sinistro, come quando si vedono le cose per la prima e l'ultima volta, mi resta innanzi.
Innanzi, nello specchio in cui la mia e la tua immagini si sono confuse. In cui sono adesso proprio tutta me e te.
Solo che tu vivrai per sempre, io, solo ancora fino a che scriverò il mio ricordo. Ti ho amato, senza eesere innamorata di te. E con amore ti saluto..parafrasando Socrate: tu a vivere, io a morire. Chi dei due abbia il meglio solo dio lo sa. Ma io credo che sia il meglio che possiamo fare sia essere perfettamente qui dove siamo.
lunedì, novembre 19
Partire, per tornare a casa.
C'è stato tutto questo tempo, in cui non ho scritto (qui). Ho telefonato, navigato in internet, esposto una relazione in un convegno...
Come dico sovente, ho "fatto". E "fatto" significa aver concluso un desiderio; che poi accada ancora o solo si disgreghi nella memoria, è compiuto. Lo lascio andare assieme ai capelli, e alle prime foglie d'autunno. Quelle, giallo oro che si arrotola sulle curve dell'aria; quelli, bianchi e castani sotto i castagni gialli, biondi a tratti per finzione e sempre più lunghi, incolti e incustoditi, si arricciolano felici attorno alle orecchie, e mi sussurrano di non aspettare ancora.
Ecco, finzione è questo dar colpa (o merito) ai miei capelli, perché ne dico sempre che sono le mie emozioni animate; vivono da sole sulle colline dei miei pensieri; educati e sottili, quando credo di aver poco da fare, poco a che fare col mondo. Robusti e dispettosi altrove, o forse da quando qualcosa, qualcosa che ho detto credo, li ha impregnati e resi decisi a ripetermi senza tregua che non si può arrivare a quegli ultimi trenta secondi, senza aver reso perfetto l'esercizio.
Senza aver reso perfetta la vita! Il che significa non altro che "fare il meglio possibile". Il che significa anche, smettere vagheggiare un sogno, un rimorso, una meta, e invece muoversi. Arrivare là, che poi è sempre qui, fare il giro della boa e lasciarsela indietro.
Così, calo un remo nell'acqua, alzo il remo dall'acqua. "Fatto", penso. So che il pensare mi ha distratta dalla prossima pagaiata, e mi riprendo il silenzio. Rimetto il remo in basso, spingo. Avanti.
I capelli eccitati dall'acqua si espandono come antenne al cielo, e mentre resto sulla mia stessa scia, sospinta dallo sforzo appena avvenuto, lascio che sfondino il limite tra la mente che brama mete fisiche, e quel SE' più grande, che accarezza il cuore e gli ammorbidisce le emozioni, trasformando le istanze dell'io in una potenzialità di crescita.
E questo viaggio immaginato, presto sarà un "fatto". Lo credevo impossibile, ho sempre rimandato a dopo... Finché mi sono detta "dopo di che?".
E non sapendo rispondere più, a quelle razionalità fifone che mi avevano fatto attendere, riconosco che non vado a cercare nessuno, a dire il vero, ma ho trovato una scusa per raggiungermi....
qui, dove sono ora, ma percorrendo una strada che sembra lunga quanto tutta la terra.
Che gira attorno alla Terra.
In attesa si chiudere la valigia, e ruotare il mondo per trovarmi, dall'altra parte a testa in giù (?!), giro la terra dei vasi con le dita. E poi giro le dita, e lascio cadere un seme nella terra.
E poi mi giro, e gli do le spalle, sapendo che ritornerò quando, morto il seme, nasce il fiore.
Come dico sovente, ho "fatto". E "fatto" significa aver concluso un desiderio; che poi accada ancora o solo si disgreghi nella memoria, è compiuto. Lo lascio andare assieme ai capelli, e alle prime foglie d'autunno. Quelle, giallo oro che si arrotola sulle curve dell'aria; quelli, bianchi e castani sotto i castagni gialli, biondi a tratti per finzione e sempre più lunghi, incolti e incustoditi, si arricciolano felici attorno alle orecchie, e mi sussurrano di non aspettare ancora.
Ecco, finzione è questo dar colpa (o merito) ai miei capelli, perché ne dico sempre che sono le mie emozioni animate; vivono da sole sulle colline dei miei pensieri; educati e sottili, quando credo di aver poco da fare, poco a che fare col mondo. Robusti e dispettosi altrove, o forse da quando qualcosa, qualcosa che ho detto credo, li ha impregnati e resi decisi a ripetermi senza tregua che non si può arrivare a quegli ultimi trenta secondi, senza aver reso perfetto l'esercizio.
Senza aver reso perfetta la vita! Il che significa non altro che "fare il meglio possibile". Il che significa anche, smettere vagheggiare un sogno, un rimorso, una meta, e invece muoversi. Arrivare là, che poi è sempre qui, fare il giro della boa e lasciarsela indietro.
Così, calo un remo nell'acqua, alzo il remo dall'acqua. "Fatto", penso. So che il pensare mi ha distratta dalla prossima pagaiata, e mi riprendo il silenzio. Rimetto il remo in basso, spingo. Avanti.
I capelli eccitati dall'acqua si espandono come antenne al cielo, e mentre resto sulla mia stessa scia, sospinta dallo sforzo appena avvenuto, lascio che sfondino il limite tra la mente che brama mete fisiche, e quel SE' più grande, che accarezza il cuore e gli ammorbidisce le emozioni, trasformando le istanze dell'io in una potenzialità di crescita.
E questo viaggio immaginato, presto sarà un "fatto". Lo credevo impossibile, ho sempre rimandato a dopo... Finché mi sono detta "dopo di che?".
E non sapendo rispondere più, a quelle razionalità fifone che mi avevano fatto attendere, riconosco che non vado a cercare nessuno, a dire il vero, ma ho trovato una scusa per raggiungermi....
qui, dove sono ora, ma percorrendo una strada che sembra lunga quanto tutta la terra.
Che gira attorno alla Terra.
In attesa si chiudere la valigia, e ruotare il mondo per trovarmi, dall'altra parte a testa in giù (?!), giro la terra dei vasi con le dita. E poi giro le dita, e lascio cadere un seme nella terra.
E poi mi giro, e gli do le spalle, sapendo che ritornerò quando, morto il seme, nasce il fiore.
Etichette:
A ruota libera,
Lettere personali,
libertà,
Viaggi
giovedì, ottobre 18
Lettera ad un amico in partenza
C'era già una sottile polvere nell'aria: polvere di anni che se ne vanno, di abitudini consumate, di arrivi programmati e di altri a sorpresa, che s'intrufolano tra le mura, variando il posto alle cose. Variando l'importanza delle cose, che per alcune diminuisce, e delle persone su cui contavi, che perdi la lista e ricominci da niente, moltiplicando la possibilità di esperire la prossima emozione. Ci dividiamo fino alla prossima volta, ma va bene così, perché la vita è tutta nel tessere e il filo, cercando di preparare una bel finale.
Ora c'è la polvere di decisioni che si affrettano giù per le scale, lasciandoci solo la mappa per arrivare alla meta, perché una volta prese non sei più lo stesso, anche se non sai ancora chi sei.
C'è la polvere lasciata da partenze previste, che è come se fossero già state, e ne hai impronte leggere dentro, prima di aver dato i saluti. Impronte che indicano di rimettersi in cammino.
Ho vissuto quest'amicizia per il tempo di una luna, ventotto giorni di incontri oltre le righe, inseguita fra i silenzi del cuore stabile e le chiassose fantasie del pensiero. Un amicizia che ha, in questo tempo determinato dal principio, tutta la sua ragione d'essere, ma non per questo è meno vera o intensa di quelle storie di anni, che si riannodano, che si perdono, che lasciano molti più ricordi forse, ma forse non così intensi. Perché, stranamente, se sai quando il timer suonerà interrompendo l'esercizio, riesci a mantenere una attenzione più acuta in ogni istante. Impostare il timer, ti aiuta a far si che l'ultimo minuto sia inevitabile e lungo, quanto il tempo che c'è stato prima; ti aiuta (anche se si dovrebbe perderne l'indispensabilità) a non vivere "come se si campasse in eterno...", come a volte capita con le persone e le cose che diamo per certo che rimarranno per sempre.
Da questa permanenza intensa, che si muove tonda e liscia come le ruote dei pattini, che si mangia velocemente come un bignè e con la stessa dolcezza, che si chiama viaggio come una vacanza, quindi sai già quando ritornerai... esco con una intelletto nuovo, fresco di stelle e sale, di voli e camminate sabbiose, di foglie ormai rosse e di allegrie sempreverdi, di pace per i desideri soddisfatti e di forza per compiere altri passi.
Esco con il fazzoletto in mano, perché mi piace recitare lungo i binari; con un libro in tasca, perché mi piace avere qualcosa da lasciarti nel caso non tornassi; con un taccuino e una penna, perché mi piace scrivere dei miei, di ritorni.
Amico mio, andare lontano quanto il sole che si tuffa nel mare dietro il cratere, a Castel Gandolfo, è un bell'andare, ma sappiamo ambedue che niente è lontano quanto quello che non vogliamo vedere. Quanto quello che, a volte, temiamo di sapere che è proprio dove siamo sempre stati. Da ipermetrope, lo so che nessun "tele", per quanto ce lo faccia vedere, è l'obbiettivo raggiunto. Ma infondo, guardare fin là, forse aiuta a mantenere la rotta.
Il mio viaggio lontano, quindi, mi porta qui; il tuo, invece, ha necessità di quell'altra parte del mondo, ma non c'è nessuna differenza, se non la lingua e il lato della strada dove si guida; lo sappiamo entrambi. Nonostante questi finestrini che non si prestano alle commedie di sventolii e mani che si agitano in banchina, ti vedo con il viso sul vetro fino a dove l'occhio riesce a guardare indietro, e mentre mi volto per andare avanti, so che farai lo stesso, senza rimpianto seppur con la lieve speranza di ritrovarsi in un altro "quando".
Dopo tutto questo, nonostante abbia ramazzato il suolo e il cielo, per lasciar andare anche quella delle stelle, c'è ancora una sottile polvere, che non lascia avvertire alcun suono, se non il silenzio dietro l'angolo della bocca. Dove sbattono una lacrima di commiato, e la piega di questo sorriso.
Grazie del presente!
Grazie del presente!
| Thank you for this present! |
Etichette:
felicità,
Lettere personali,
Luna cyan,
ora e qui,
Viaggi
martedì, ottobre 9
Non ti ricordo, quando non ci sei.
del tuo ridere fuori dalle cose,
del fruscio della luce che cresce
parlandomi dietro ai tuoi occhi.
Il colore che ascolto mutare
tra il dorso e il palmo,
mentre trattieni dentro i gesti.
Non ricordo che questo,
e ti cerco silenziosa attorno al cuore,
negli spazi colmati d'altri occhi e mani;
delusa a volte tra un battito e l'altro,
quando si trattiene come un respiro mancato,
ingannato anch'esso da parvenze d'aria.
Mi ferisco per scusarmi le lacrime
che m'irrigano la solitudine e colmano
quest'assenza dilatata; cui mancano
perle di riso, e sussurri tra gli occhi.
Il cangiare delle nubi nel cielo,
non da l'emozione delle mani che ondeggiano.
E senza ricordo, sono solo “io”
quando “tu” non ci sei.
giovedì, settembre 27
L'inizio e la fine - 102 cose da fare nella vita (lanciarsi con il paracadute)
L'inizio e la fine coincidono.
Eppure questa non è la fine (del blog), e quindi m'immagino che sia un passaggio sull'origine, ma molto più in alto (almeno 3500 metri), di questa spirale che è la vita.
34 - saltare nel vuoto, ma senza nessun vuoto dentro.
La fine e l'inizio coincidono. Così, quattro anni più tardi cado di nuovo, ma senza nessuna frattura perché stavolta, non c'era niente da aggiustare. E non c'entra che una parte di me temesse di avere una malattia incurabile, avrei saltato comunque.
In effetti, anzi, proprio in virtù della pretesa altezza raggiunta (a bordo di un aereo così piccolo che sembrava un giocattolo), posso ben dire che non sono proprio caduta: ho saltato.
Un lancio con il paracadute, si: e già tutti quelli che conosco, tranne uno o due che l'hanno fatto, mi dicono che sono un eroe. O che "raccontami!", "ma come hai fatto?", "lo vorrei fare anch'io..."; e poi che sono 'un mito', 'pazza', 'scavezzacollo' [1] ... ma anche coraggiosa (quello l'hanno detto tutti). Coraggiosa, si, ma solo prima [2], e solo dopo i primi tre secondi di distacco dal ventre dell'aereo, in cui ho urlato con tutto il terrore possibile (proprio come se nascessi ancora) di vedersi andare incontro alla terra senza niente che ti leghi al cielo.
I miei soliti voli (pindarici) sembrano meno pericolosi, ma a distanza di qualche giorno, riconosco che il tanto tempo passato fra l'aver sognato di farlo e saltare, è servito a sapere che la stessa adrenalina si diffonde nelle mie ascese vertiginose, quando mi lancio verso le mie eleganti teorie, sulle ali (o con il paracadute) della Tradizione: alla ricerca di me, alla ricerca di Sé.
Ho urlato con tutto il terrore possibile nel vedersi allontanare dal cielo e precipitare al suolo, come se nascessi ancora, ma a ritroso. Nei secondi che passano in cui non sei più là, ma non sei ancora qui, il funicolo ombelicale non c'è. Sei assolutamente solo. Sei l'anima che si distacca.
La prima volta, per pochi secondi, è la prima volta che sei incosciente (in tutti i sensi!): e cadi. E urli.
Ho urlato (nel senso fisico, di questo essere umano che è qui), con tutto il fiato dell'istinto, ma salterei ancora. Lo faccio ancora, è certo. Perché poi, lì davanti alla terra, che ti sembra tutta la terra...
...per il tempo che sai che potresti anche non tornare più, senti che nient'altro conta, se i conti sono a posto.
Così è, e non si guardi la battuta sul dare cibo al cane (che il Falco-istruttore non ha) o sul lasciare il numero del bancomat (che Lila-aquila, ha), perché lassù l'istinto sopravviveva, ma io non avevo nessun rimpianto.
Attaccata all'aereo, con tutto quello spazio sotto di me, e pochissimo tempo per rinunciare, ho pensato "no-no-no". Poi ero nel vuoto, sola, 'chè non sentivo il peso del "Falco" dietro di me, leggero come son'io, vagabondo del mondo come la mia anima.
Altro che "milleeuno, milleedue, milleetre", come si racconta che dovresti contare: "omioddio,omioddio,omioddio!", ha urlato l'animale impaurito di fronte all'infinito, sopra la linea dell'orizzonte, sotto l'ala che s'allontanava inudita. Tre secondi.
E poi l'ho udito, questo si. In tutto il corpo, da dentro, dall'infinito dentro, è risuonato il mio mantra.
Quello che avevo recitato nelle Sadhana di altre mattine, più lontane di quel suolo, rarefatte nel ricordo quanto l'aria intorno a me. E' suonato da solo, come la vibrazione fondamentale, placando l'urlo, e il pensiero:
"Wahe guru".
[3]e [4]
"omioddio che?", dice il Falco alle mie spalle.
"...che meraviglia!".
Da lì in poi, da qui, è solo gioia. E quando si è apre il paracadute, rimango sorpresa di quell'improvviso mutamento, del cambio di prospettiva che rimette l'orizzonte di fronte, invece che ai margini del campo visivo come quando scendi orizzontale. Scendendo, salgo. Scendendo so che lo spettro della paralisi progressiva, fino a morte certa, era già stato sepolto a Trieste; che l'unica cosa che paralizza, è la paura.
Scendendo so di tornare, non solo al cielo (magari un'altra volta), ma alla terra, alle persone che amo, e che qualunque cosa accada, accade perché sono viva.
E' la vita in tutto il tempo concesso, che è sempre adesso, e qui.
[1] Ora so anche che cosa ho effettivamente; non ci si muore, ed è un problema adatto proprio ad una "scavezzacollo"! :una brutta ernia cervicale che impronta il sacco durale.
[2] Non ha coraggio chi non teme il pericolo, ma chi, pur avendo paura, lo affronta comunque. Almeno, così si dice.
[3] Wahe Guru, secondo la mumerologia tantrica è uno dei miei mantra.
[4] Wahe Guru, leggo, è "sapienza indescrivibile, è un mantra d'estasi ... GU significa oscurità, RU significa luce"
Altrove: "Wahe deriva dalla parola persiana Wahid che significa "uno solo". ".
Traduzione: Io sono in estasi quando faccio esperienza dell’indescrivibile Saggezza
Effetti: è il Mantra dell’Infinità dell’Estasi e del risiedere in Dio. Esprime l’indescrivibile esperienza di passare dall’Oscurità alla Luce (dall’Ignoranza alla Vera Comprensione). è l’insegnante infinito dell’Anima. è un Trikutee Mantra, esso equilibra l’energie del Generare, Organizzare, Trasformare i principi. Esprime Estasi attraverso conoscenza ed esperienza. è il Gurmantra che da inizio al Destino. è detto che cantare Wahe Guru equivale a cantare Har 11000 volte."
mercoledì, dicembre 21
"per ora"
Ti ho incontrato molte volte,
mi verrebbe da risponderti quando affermi che sembra siamo insieme da sempre. Mi sorprendo infatti a ritrovare in alcuni tuoi gesti, le emozioni e le movenze, i segreti e le illusioni di tutti quelli, che prima di te mi sono stati a fianco. In un modo o nell'altro, sai! non parliamo solo di amanti, ma sempre di amati; è come se li incontrassi a distanza di anni, o di chilometri, solo con la maturità che tu pari aver acquisito, poiché non riesco a sperare che sia la mia.
Mi pare, certo, d'aver cambiato punto di vista, su certe cose. Mi pare che aver percorso tutto il dolore possibile, nei mesi passati, in lunghe ore in cui ho scavato e denudato ogni ricordo che sono riuscita a trovare, abbia lasciato la mia superficie più liscia, nonostante da sotto affiorino ancora ben note asperità.
La magrezza del corpo è magrezza d'anima, almeno un po' di più d'un tempo, quel tempo in cui avresti voluto incontrarmi.
Non ti sarei piaciuta, dieci anni fa.
Tutta questa vita doveva passare, perchè fossimo pronti a riconoscerci. E questo a prescindere da quello che sarà di noi, 'ché tanto è l'ora, che conta e non da resti; non da ricordi a cui attaccarsi, perché ho imparato che quanto eravamo felici ha la stessa valenza di quanto ho sofferto. Ieri non sono più.
Se so quel che è accaduto, l'emozione di allora è solo polvere e sudore che ho già asciugato. Così sarà di oggi, di ora, se non ora che invece siamo presenti in quest'incontro.
Ti ho incontrato molte volte, dicevo.
Nella storia simile di te e di lui, figli di insegnanti e ingegneri forse per vocazione zodiacale.
Nell'amore per i lanci col paracadute, che però non sopporta i voli pindarici. Io sono intensità d'aria, tu acqua e terra, e mi va bene così, perchè vorrei un posto dove tornare. E un posto dove portarti.
Nella ricerca di una carezza che allora non ti sapevo dare, perchè non sapevo di averla. Così è rimasta fra le mie dita fino adesso.
Nella serietà con cui ti prendi cura di me, come hai fatto sempre con altri volti e un solo voto, quello d'accendermi l'amore. L'Amore, anzi.
'Ché intanto che aspettavo di trovarti così, tutto assieme, ti ho visto sparso attorno, ed ho imparato a prendere da ciascuno, e a dare ogni volta quel ch'era necessario per avvicinarci.
Non ti sarei piaciuta dieci anni fa. Come non ti sono piaciuta quando ci siamo trovati vicinissimi, l'ultima volta; solo che avevi quindici anni in meno e qualche chilo in più, e se uno ti mostrasse le foto che ti ho fatto, non ti riconosceresti. Potresti perfino dire che non sei tu, ma uno con un altro nome, eppure siete nati insieme, lo stesso giorno, per quindici anni. Quelli che ho dovuto aspettare per incontrarti.
"Dove sei stata tutto questo tempo?"
E tu? Perchè Lila lo sa, ha appreso mentre giocava con lo specchio: c'eravamo ora ma non sempre qui; oppure eravamo qui, ma non sempre ora.
Solo ora, finchè la linea dell'immmagine e del riflesso coincidono, possiamo essere qui.
mi verrebbe da risponderti quando affermi che sembra siamo insieme da sempre. Mi sorprendo infatti a ritrovare in alcuni tuoi gesti, le emozioni e le movenze, i segreti e le illusioni di tutti quelli, che prima di te mi sono stati a fianco. In un modo o nell'altro, sai! non parliamo solo di amanti, ma sempre di amati; è come se li incontrassi a distanza di anni, o di chilometri, solo con la maturità che tu pari aver acquisito, poiché non riesco a sperare che sia la mia.
Mi pare, certo, d'aver cambiato punto di vista, su certe cose. Mi pare che aver percorso tutto il dolore possibile, nei mesi passati, in lunghe ore in cui ho scavato e denudato ogni ricordo che sono riuscita a trovare, abbia lasciato la mia superficie più liscia, nonostante da sotto affiorino ancora ben note asperità.
La magrezza del corpo è magrezza d'anima, almeno un po' di più d'un tempo, quel tempo in cui avresti voluto incontrarmi.
Non ti sarei piaciuta, dieci anni fa.
Tutta questa vita doveva passare, perchè fossimo pronti a riconoscerci. E questo a prescindere da quello che sarà di noi, 'ché tanto è l'ora, che conta e non da resti; non da ricordi a cui attaccarsi, perché ho imparato che quanto eravamo felici ha la stessa valenza di quanto ho sofferto. Ieri non sono più.
Se so quel che è accaduto, l'emozione di allora è solo polvere e sudore che ho già asciugato. Così sarà di oggi, di ora, se non ora che invece siamo presenti in quest'incontro.
Ti ho incontrato molte volte, dicevo.
Nella storia simile di te e di lui, figli di insegnanti e ingegneri forse per vocazione zodiacale.
Nell'amore per i lanci col paracadute, che però non sopporta i voli pindarici. Io sono intensità d'aria, tu acqua e terra, e mi va bene così, perchè vorrei un posto dove tornare. E un posto dove portarti.
Nella ricerca di una carezza che allora non ti sapevo dare, perchè non sapevo di averla. Così è rimasta fra le mie dita fino adesso.
Nella serietà con cui ti prendi cura di me, come hai fatto sempre con altri volti e un solo voto, quello d'accendermi l'amore. L'Amore, anzi.
'Ché intanto che aspettavo di trovarti così, tutto assieme, ti ho visto sparso attorno, ed ho imparato a prendere da ciascuno, e a dare ogni volta quel ch'era necessario per avvicinarci.
Non ti sarei piaciuta dieci anni fa. Come non ti sono piaciuta quando ci siamo trovati vicinissimi, l'ultima volta; solo che avevi quindici anni in meno e qualche chilo in più, e se uno ti mostrasse le foto che ti ho fatto, non ti riconosceresti. Potresti perfino dire che non sei tu, ma uno con un altro nome, eppure siete nati insieme, lo stesso giorno, per quindici anni. Quelli che ho dovuto aspettare per incontrarti.
"Dove sei stata tutto questo tempo?"
E tu? Perchè Lila lo sa, ha appreso mentre giocava con lo specchio: c'eravamo ora ma non sempre qui; oppure eravamo qui, ma non sempre ora.
Solo ora, finchè la linea dell'immmagine e del riflesso coincidono, possiamo essere qui.
Etichette:
amore,
atto primo,
Bellezza,
Lettere personali,
Nè due nè uno
giovedì, giugno 2
Cartoline da casa
Cara/o te
ancora una volta, mi preparo per un viaggio; la valigia è ancora solo una formula magica, che domani si trasformerà in atto: abracadabra! parlando, creo.
Ormai è così, la preparo a mente, e poi via, in un attimo è chiusa. Sicchè, quando le partenze sono rapide, e ritorno in un battito di ciglia (altro che scarpette rosse!) mi ritrovo a portarmi dietro molto più di quanto vorrei. Ma già...cosa voglio?
Cerco di ricordarmi di gettare nella spazzatura tutti i pezzi di carta accumulati, anche le lettere non spedite, se non trovo il francobollo. Lascio spazio per alcune cose vecchie, che romanticamente compiranno un ultimo viaggio dove si troverà il bivio della separazione: qui, a volte, le vie che si percorrono sembrano sempre le stesse. E quando è così, anelo alla partenza, e tirando su la lampo dello zaino immagino che accada, dentro, quello che accade fuori!
Non dimentico di lasciare tutti quei piccoli rumori che non voglio più sentire; magari un vizio di postura, e i dolori ... che andrebbero gettati assieme al vetro, visto che esiste la raccolta differenziata.
Annaffio i sogni, sperando di trovarne i fiori eccitati dal sole, sul mio balcone, quando ritorno. C'è sempre bisogno di un posto dove tornare, e se è accogliente e caldo, ancorchè vuoto come un nido prima della primavera, ti promette che il viaggio è solo l'inizio d'un ritrovarsi. Non una fuga per perdersi.
Quando sarò là, cercherò di non sottrarmi alla piccola gioia d'un souvenir, magari fatto di stupore e allegria, d'esperienza e racconti, che piegati e stretti l'un l'altro, in genere non aumentano il peso del bagaglio. Anzi, mi pare, sfilano qualcosa da dentro, e ritorni più magro di te. Con il sorriso, che rimane sempre un po' più a lungo.
Cara, o caro tu,
quando faccio le valige e sfilo dai cassetti gli abiti che vorrei indossare, e conto quelli che non porterò, ma di sicuro infilerò tutti assieme al mio rientro, cerco di non dimenticare di bere un po' di pozioni rivelatrici, cercando di Vedere quello che manca e che potrebbe esser tenuto in tasca anche passando nel metal detector: sono le gioie degli amici che si ritrovano, delle persone che ami che ti accoglieranno sempre a braccia aperte, anche se arrivi claudicante, perchè ti sei accompagnato con gli zoppi. Le piccole decorazioni della tua casa, che s'arricchiranno delle immagini di strade conosciute col piede e con gli occhi. Impressioni che ti intonacano e dipingono di nuovi colori le pareti della tua stanza.
Con le parole creo. Perché, lo sappiamo ambedue, non ci sono amuleti che trattengano dentro gli amici, né che davvero ci proteggano dai nemici; puoi solo star qui, a mani vuote, e dire: questo che vedi, è tutto quel che c'è. E' per te.
Con te mi par di poterlo fare, per amicizia. Ai nemici, ci penserò poi, ma se mi manca qualcosa, se pensi che dimentichi, in questa cartolina, carezze dovute o pugni non tirati, ti prego di non volermene, ma a volte, anche stilando una lista, si dimentica qualcosa, così come si acquistano cose inutili.
Lasciamo che basti così, allora,
poichè ogni giorno apro il Libro (degli incantesimi della vita) e studio.
Ma lo sai... che qualche volta marino ancora la scuola!
Un abbraccio allegro di pollini e profumi di tarda fioritura.
Adesso, la valigia è pronta.
ancora una volta, mi preparo per un viaggio; la valigia è ancora solo una formula magica, che domani si trasformerà in atto: abracadabra! parlando, creo.
Ormai è così, la preparo a mente, e poi via, in un attimo è chiusa. Sicchè, quando le partenze sono rapide, e ritorno in un battito di ciglia (altro che scarpette rosse!) mi ritrovo a portarmi dietro molto più di quanto vorrei. Ma già...cosa voglio?
Cerco di ricordarmi di gettare nella spazzatura tutti i pezzi di carta accumulati, anche le lettere non spedite, se non trovo il francobollo. Lascio spazio per alcune cose vecchie, che romanticamente compiranno un ultimo viaggio dove si troverà il bivio della separazione: qui, a volte, le vie che si percorrono sembrano sempre le stesse. E quando è così, anelo alla partenza, e tirando su la lampo dello zaino immagino che accada, dentro, quello che accade fuori!
Non dimentico di lasciare tutti quei piccoli rumori che non voglio più sentire; magari un vizio di postura, e i dolori ... che andrebbero gettati assieme al vetro, visto che esiste la raccolta differenziata.
Annaffio i sogni, sperando di trovarne i fiori eccitati dal sole, sul mio balcone, quando ritorno. C'è sempre bisogno di un posto dove tornare, e se è accogliente e caldo, ancorchè vuoto come un nido prima della primavera, ti promette che il viaggio è solo l'inizio d'un ritrovarsi. Non una fuga per perdersi.
Quando sarò là, cercherò di non sottrarmi alla piccola gioia d'un souvenir, magari fatto di stupore e allegria, d'esperienza e racconti, che piegati e stretti l'un l'altro, in genere non aumentano il peso del bagaglio. Anzi, mi pare, sfilano qualcosa da dentro, e ritorni più magro di te. Con il sorriso, che rimane sempre un po' più a lungo.
Cara, o caro tu,
quando faccio le valige e sfilo dai cassetti gli abiti che vorrei indossare, e conto quelli che non porterò, ma di sicuro infilerò tutti assieme al mio rientro, cerco di non dimenticare di bere un po' di pozioni rivelatrici, cercando di Vedere quello che manca e che potrebbe esser tenuto in tasca anche passando nel metal detector: sono le gioie degli amici che si ritrovano, delle persone che ami che ti accoglieranno sempre a braccia aperte, anche se arrivi claudicante, perchè ti sei accompagnato con gli zoppi. Le piccole decorazioni della tua casa, che s'arricchiranno delle immagini di strade conosciute col piede e con gli occhi. Impressioni che ti intonacano e dipingono di nuovi colori le pareti della tua stanza.
Con le parole creo. Perché, lo sappiamo ambedue, non ci sono amuleti che trattengano dentro gli amici, né che davvero ci proteggano dai nemici; puoi solo star qui, a mani vuote, e dire: questo che vedi, è tutto quel che c'è. E' per te.
Con te mi par di poterlo fare, per amicizia. Ai nemici, ci penserò poi, ma se mi manca qualcosa, se pensi che dimentichi, in questa cartolina, carezze dovute o pugni non tirati, ti prego di non volermene, ma a volte, anche stilando una lista, si dimentica qualcosa, così come si acquistano cose inutili.
Lasciamo che basti così, allora,
poichè ogni giorno apro il Libro (degli incantesimi della vita) e studio.
Ma lo sai... che qualche volta marino ancora la scuola!
Un abbraccio allegro di pollini e profumi di tarda fioritura.
Adesso, la valigia è pronta.
Iscriviti a:
Post (Atom)











