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domenica, dicembre 22

A'm'arcord (ovvero "Ninni")

"Incontrarvi seduti sopra quel treno, tutti [quanti avevamo trent'anni] in meno, come in fondo ad un buco che da nel tempo, e cercare incollando paura e amore, una scusa qualunque per non parlare, se mi guardano in faccia che gli racconto?" (Ninni, R. Vecchioni)

Non ci volevo proprio andare a questo pranzo che, non lo so bene se è il pranzo dei quarant'anni, o quello dei vecchi compagni di scuola.. o sono i vecchi compagni che hanno quarant'anni, tant'è che a me manca ancora qualche mese, e poi, a fare bene il conto dei ricordi, non sono nemmeno certa di averle fatte, le scuole medie. Si, che allora (questo Lila lo ricorda bene), passavo i pomeriggi a giocare con il mio amico del cuore, in mille mondi che nessuno sapeva, e in cui nessun'altro poteva entrare, tranne, qualche volta, la piccola Veronica. 
Qualcuno però se lo ricordava, che c'ero anche la mattina tra i banchi, e poi di sicuro qualche pomeriggio con la nutella in mano e i libri chiusi finalmente, per fare merenda. E mi hanno invitata. 
Naturalmente ho detto subito di no, e non ci sono voluta andare per tre settimane, però l'ho scritto sul calendario, anche se ogni volta che vedevo avvicinarsi i giorni dicevo che non ce l'avrei fatta; eppoi, insomma Roma è così lontana da lì. O così, mi pare che fosse. Forse lo era.
 Forse perché la prima volta, quando abbiamo traslocato, avevo nove anni e nessun modo per andarmene, e quando ci tornavo le ultime volte, nessuno di noi ci voleva più abitare, e se non fosse stato che i miei invece, dovevano stare ancora lì, credo che la valigia fatta a diciannove anni sarebbe stata più grande, e non sarebbe restato nemmeno quel piccolo ricordo felice, quello che alla fine stamani mi ha spinta fuori di casa. 




Si, perché qualcosa, come un'ombra, ma lieve, la ricordo; qualcuno, ma pochi, mi tornano in mente. Eppure, mi dico: "possibile che fossimo solo quattro?..ah no. cinque... con me..". 
Ecco, sono andata per fare i conti. E perché Lila sa che si vive solo ora, e qui, e che si vive davvero solo se consideri che può essere l'ultimo giorno... anche se vivi come se durasse per sempre.
Chiude i libri, che per studiare, chissà perché c'è sempre tempo, una pagina la puoi ri-sfogliare, mentre per il cuore, ci sono i battiti contati, e quelli battuti, non tornano. Si sfogliano, come i rami.

Si veste senza nessun bisogno di essere diversa, questa Lila che si crede di mutare, come gli alberi, da un giorno all'altro, e ora si sente, paradossalmente visto che è un ritorno, come quel giorno che il suo pullman verso le scuole superiori partiva verso Orvieto, e quello dei suoi compagni, nella direzione opposta. Non ci siamo più visti.. (forse eravamo sei? ma come si chiama quell'altro?)...e ora chi sono, quella di allora, o...?

Si veste come se si travestisse, sentendosi solo quella che è, (non puoi farci niente) ponendosi domande interminabili, fino all'ultimo giro di chiave nella toppa, fino al suono dello sportello chiuso con l'allarme (che cosa ci faccio qui?).
Ferma, subito fuori da quell'ultima porta chiusa, si sente ancora dire: "ma chi sto aspettando?"... chi sono...chi erano...chi siamo.


Quando arrivano, gli altri, arrivano quasi tutti insieme, e di quelli che arrivano poco dopo, conoscono la macchina. E di quelli (ah! ma quello non lo avevo visto! e chi è?) che erano già qui, conoscono il volto. 
"Arriva 'la' Lisa", dice qualcuno, e siccome lei me la ricordo, sciolgo l'impasse in un movimento lento ed elastico, che spero non troppo incerto, sul piazzale. Non mi riconosceranno...ma..sono loro...ma chi sono?e... e, cosa gli racconto...e poi...ma se...

"Lila?!" esclama eccitata sorpresa, e davvero felice 'la' Maria, poi l'Ernestina, quella alta, che stava sempre dietro nelle foto. E c'è Tiziano, i maschi si chiamavano senza l'articolo, e "come stai?" (come ci fossimo visti ieri l'altro?!), e Giuliano ("ma che fai ora?")(vedi, qualcuno se ne è accorto che è passato del tempo, almeno per me), e Piero e "la" Romina, e "la" Chiara che abitava su, nella frazione dietro la collina..e Fabio...e...e... 
E ci sono quasi tutti, e uno ad uno mi rispuntano i ricordi, e anche la voce che mi ero scaldata cantando, perché non sentissero il gelo della mia dimenticanza.
E ci sono quasi tutti, e sento che la voce va benissimo, perché mi sgorga dal cuore quella serena felicità delle piccole cose, piccole come ritrovarsi come amici, dopo tanto tempo, perché una volta, anche se non eravamo proprioproprioproprio amici del cuore, quello che ci davamo l'un con l'altra era tutto vero. Era un sentire genuino, come adesso che siamo tornati da strade diverse, abbiamo invece solo per le affinità elettive con uno o l'altro, o magari con nessuno, o magari con l'anima mia o con quei soli pochi veri amici di ora.



Ci son quasi tutti, e so che il mio posto oggi è proprio qui, come allora era il terzo nell'appello, e nel secondo banco a destra, e in prima fila, accovacciata nella foto che hanno stampato sul calendario. 
E loro, loro che (omioddiomasonotuttisposati?!) si sono sempre visti, quelli che non se ne sono mai andati nemmeno in Sicilia, quelli che venivano al Castello in visita, o più tardi per lavorarci, o sono stati a ROma all'Università, loro hanno pensato che ci volesse una foto per tenere questo momento più a lungo; anche se chi ha preso il volo, chi oggi si è ripercorsa le strade, tutte tutte quelle che ricordava, con gli occhi grandi come la prima volta, perché era tutto come allora, ma non lo sapevo più e mi sembrava nuovo (ah! c'è il mercatino di Natale!..ma no, ma no, è il solito mercato della domenica..e i negozi..i negozi sono tutti proprio al posto loro, non come la città che non li ri-trovi nemmeno prima che siano stati aperti.. e fanno sempre turno di apertura la domenica mattina...non come in città da noi, solo da un po' di tempo!), chi aveva dimenticato quanti eravamo, almeno questi non se li scorda più.
E non si scorda, ma quella la avrei trovata anche alla cieca, la vecchia casa, il Castello sulla collina che svetta nel sole sul solito mare di nebbia... e che volevo andare sempre via, e invece non m'è mai sembrato così splendido. Non credo che ricordassi tutti questi colori, in autunno.. proprio come non ricordavo quel sorriso di Chiara, l'aria sempre divertita di A.Maria, le piccole serietà in fondo agli occhi di Lisa, la birboneria Ida, e di sicuro l'ombra nel volto di Tiziano. Ma quella, sono sicura che non c'era.


Sono passati tanti anni, ma pur raccontandoci qualche scorcio della vita fino a qui, saltando tra ieri sera e vent'anni fa, riusciamo a non perderci nel tempo del "come fu", e forse a ri-trovarci davvero..tutti presenti all'appello. Chi l'avrebbe detto...
Suona il timer, quando il momento è perfetto, e Lila si alza, un po' prima degli altri, come si conviene alla gente che va lontano, alla città, e si accomiata, con l'anima calda e tutta una vita, che non sapeva d'avere avuto, dentro: i conti, si dice chiudendoli, e lasciando socchiusa la porta dietro le spalle, tornano tutti. 


Qualunque cosa accada, oggi è stato un dono.

Alla "classe '73, delle scuole medie di G....grazie 
grazie di cuore a tutti,





domenica, gennaio 9

“... E LO SVIZZERO DAL GRANDE CUORE”


Non era mai successo, che a settembre sapessi già con chi passare il Capodanno. In effetti è come programmare un viaggio, solo che non devi fare la valigia. Le pulizie si, ed anche le scorte di viveri, perchè chi lo sa cosa mangiano gli svizzeri...
Tutto ha avuto inizio quest'estate, quando ho conosciuto mia sorella, al mare. Figlie di due madri e due padri, ed anche di due nazioni diverse seppure confinanti, abbiamo valicato il San Gottardo sulla sabbia calda del golfo di Talamone; il passo separa due culture, due mondi in cui il sole splende a compensazione, perchè quando qui c'è il sole, è perchè le nuvole si sono fermate a guardare le Alpi; prima delle Alpi. Così qui siamo abbronzati fino ad ottobre, e lì da ottobre in poi, ma solo sul viso grazie ai riflessi sulla neve.

Tuttavia io e mia sorella ci siamo sedute a lungo sotto l'ombrellone, a metterci in pari con i racconti di quando non c'eravamo, altre vite che abbiamo vissuto; ma non bastava, e allora, visto che essendo io la maggiore sono già avanti, ed ho visto, della Svizzera, almeno Basilea, a lei mancava di venire a Roma, come a me manca casa sua che ho visto solo in foto.
Con la complicità dei voli lowcost, ormai spostarsi da qui a lì e l'equivalente di un attraversamento di Roma, quella volta l'anno in cui incidentalmente le nubi si sbagliano, e rovesciano il carico bianco da questo lato della catena montuosa.
E così, con un'attesa di messaggi e foto spedite, marmellate comprate e piatti tentati per sorprendere, alla fine ci siamo abbracciate sotto la mano benevolente di Leonardo da Vinci, che non potendo cacciare i piccioni, ci indica la via da seguire quando ricordiamo di avere le ali!


Roma, per l'occasione, ha messo il suo vestito più freddo, così nella mia adorante, beata ignoranza, mi sono sentita in dovere di mostrare alla mia amica, versione svizzera di RomiSchneider, dove poter comprare un cappotto... e poi anche un vestito. Così alla fine, mentre ci si abbracciava sotto la mano benevolente di Leonardo da Vinci, che non potendo cacciare i piccioni, indicava a mia sorella e al suo compagno, il mio amico artista, la via per tornare a casa, le ho detto che anche se non conosco bene la storia dei monumenti della città, almeno sui negozi buoni sono davvero un'esperta.
E vi pare poco?   ;-)

Mi preparo per la prossima volta, più nei dettagli, cercando altri piccoli particolari, come i mascheroni di Via Gregoriana, perchè in fondo la prima volta (accidenti, mi emoziono al solo pensarlo), bisogna vedere le cose che rendono eterno il ricordo della città. Cose così ti restano dentro, come la prima volta sotto il Colosseo, la vista dei Fori dal Campidoglio, l'altare della Patria arrossito nel sole e il Pantheon vestito da sera, che seppur non ha finito il trucco e, come per una vecchia matrona, ormai si parla di restauro, scintilla all'interno cancellando la memoria di oscurità pari ad una volta celeste notturna senza stelle, che l'amico-artista conservava tra i disegni dei ricordi. Lui, si, l'aveva già vista la città, ma come dire... mai tutta insieme!


E tutta insieme significa dalla periferia al centro, e poi un colle dopo l'altro, su per l'Aventino, giù dall'Esquilino, attraverso la Porta di Piazza Vittorio, un passaggio a S.Maria Maggiore per allertarsi senza vedere il palazzo, nella consapevolezza d'essere sul Viminale. Sotto il Quirinale c'è Fontana di Trevi, e io turista per lingua (L'Hoch Deutsch fra noi va per la maggiore) se non per cittadinanza, mi presto a tirare una moneta, per la buona sorte e perchè in fondo, anch'io ho bisogno d'una prima volta come simbolo del rinnovamento del nuovo anno.

Al Gianicolo, salendo per Trastevere, al Pincio, scendendo in Piazza del Popolo, ed io ho i brividi per il freddo quel giorno, ma anche perchè da qui Roma si distende come una sposa dopo la prima notte, e me la guardo con la passione d'un innamorato, che la svela del lenzuolo leggero che ne aveva coperto le curve.
 













Al parcheggio scopriamo un'altra sottile differenza, fra qui e lì. Che per fortuna non mi preoccupa più, perchè ho già visto che il poco spazio di casa mia basta anche in tre, quando a me da sola sembra sempre poco.
Avevo già spiegato la teoria della terza fila, quella della striscia di mezzeria quando c'è traffico, e naturalmente anche nei giorni magici in cui in giro sembrano esserci solo turisti e due macchine, si riesce a vederne esempi, ma la sorpresa dei loro volti, quando vedono lo spazio dei parcheggi, è straordinaria.
Così poco spazio?
Eh, sai, siamo un popolo affettuoso, ci piace stare vicini vicini!

                                                           


Tra una bancarella di libri, per preparare la perfomance artistica attorno al Colosseo, e un caffè a via del Governo Vecchio, ci raccontiamo i colori diversi degli occhi e degli abiti, mischiamo la fratellanza dei miei occhi azzurri con i suoi capelli biondi, che l'amico ha invece messo insieme, per non sentirsi escluso; mangiamo romano-romano, romano-sardo, romano-siciliano (la pasta alla Norma è il mio piatto forte)... e troviamo il tempo per poggiare le armi della vita nel fodero come san Michele a Castel Sant'Angelo, spaziando con gli sguardi gli uni nella vita degli altri, come se fossimo nel giardino oltre la serratura, là sull'Aventino.

Ben sapendo che non ci saranno altre occasioni a breve, passeggiando tra Natale ed Epifania, un po' incerti su cosa celebrare in attesa del brindisi d'inizio anno, ci copriamo di doni; io regalo mezzi guanti e una sciarpa per mantenere il calore degli abbracci, cioccolata (eh si, ho osato!) e altre amenità per rendere più dolce la distanza dei prossimi mesi. Assieme ci riempiamo di fotografie, e “pagoiopagoio”;  io ricevo il capo per eccellenza della notte di fine anno, un libro per scoprire la Svizzera in quattro lingue, svizzero compreso così sarò pronta, qunado andrò là, anche a spiegarmi in lingua indigena, nel caso mi perdessi, ed infine un maglione... con la complicità del commerciante.
Quant'è?”, dico estraendo la Carta.
23 euro”.
No, guardi, ho un altro maglione”
Ah, ma quello è fallato, glielo regaliamo, consideri... un omaggio”.
Accidenti, penso sgusciando fuori dal minuscolo negozio, dev'essere proprio una cosa grave, ed io non me ne sono nemmeno accorta. Oppure mi ritengono miglior cliente dell'anno perchè mi son portata l'amica (qui ha preso il cappotto).
Poi la sorella, e l'amico che in barba agli stereotipi maschili ci ha atteso con pazienza e consigliate con affetto negli acquisti, mi chiedono se ho capito “perchè hai preso due buste e ne hai pagata una sola”.
Sarà perchè in Italia “fatta la legge e trovato l'inganno”... e ora che le buste stanno per diventare illegali i commercianti benevolenti le regalano, per ingraziarsi il cliente?
Questo lo penso ora, ma allora... mi sono affannata a spiegare la situazione, mancandomi la traduzione per 'fallato', finchè capisco che qualcosa non quadra; il secondo maglione non è omaggio del negozio, ma della mia sorellina svizzera!

Così ogni volta che lo indosserò la sentirò vicina come oggi, e chissà che non sia di buon auspicio; intanto perchè lei è dei Pesci, e avendone trovato l'energia, magari smetterò di acchiapparli come compagni!
E poi, il fil di lana che lo intesse mi fa ben sperare, adesso che la distanza fisica ci fa immaginare di nuovo lontane, standomi così conserto e caldo, che prima o poi finisca questa condanna ipermetrope, ed inizi a vedere... e a star bene... con qualcuno che mi sia vicino!


domenica, maggio 23

Ritorno ad Ilio (un giorno di bel tempo)


Ho portato la vecchia tenda a morire qua, sulle bianche sponde di Ilio, ove in un tempo che pare infinitamente lontano, era stata ferita a morte. L'ho portata perchè sia seppellita, anche se poi i suoi pezzi vengono sparsi, i paletti eletti a riserva degli  altri, il fondo diventerà vela, il sacco diventerà viaggio. Ma l'importante è l'intenzione, che fa di questa lenta dipartita, di questo seppellimento senza fossa, le fondamenta d'una nuova storia.

Ed è fondamentale tenerlo a mente, mentre spiego i teli della nuova, di cui l'odore è ignoto ai ricordi. Non profuma ancora di niente, questa tenda, tantomeno di me.  Attendo, mentre la ancoro alla terra, che si impregni di aghi di pino, dell'upupa che m'osserva curiosa, di radici e di mare.
 Attendo che diventi la mia casa di nomade, dove tornare. E per questo, la lascio in attesa. Detesa  dal blando movimento di piantare e riempire il mio guscio di chiocciola in costante migrazione, scendo scalza avvertendo il mutamento dal viale di aghi di pino alla rena, che mi avvolge le piante dei piedi, mi dimentica l'asfalto bagnato di pioggia in cui sguazzano stivali e pensieri finchè mi trovo a riva.  Le spiagge lunghe, a nord e a sud, si racchiudono nel punto che tocco arrivando. Il primo, che è barlume per la coscienza che esce dall'ordinario e resta lì, attorniata di orizzonte, a guardare il mare.
Il primo, dove il sole m'abbraccia come un amante smarrito da tempo.
Dove le nuvole, come se fosse cielo, s'appoggiano sulla battigia.

Come l'acqua del cielo le raccoglie e le fila, così l'acqua della terra le dilania attraversandole e rifuggendole. Le riflette.
E riflette, Lila, con l'occhio color del mare disperso nel cielo, e quello color del cielo fisso nelle lontananze del mare....
Come è sopra, così è sotto.

mercoledì, febbraio 10

il volo

 
Amo molto i piccoli particolari del viaggio. 
Il confine della strada d'ogni giorno, percorsa prima dell'alba, varcato con un brivido eccitato che scuote le mani, e rovescia a terra la cenere dei giorni d'attesa.
Mi piace guardare l'alba contro le ali degli aerei, da dietro al vento, in una finestra del bar; le mani stringono in un bicchiere di carta il caffè, e le emozioni.
Oltre le nuvole, qui dove l'orizzonte è una spuma di mare, il sole inanella un'arcobaleno lasciando al centro del mio cuore il punto d'origine. La pentola d'oro.
Il cielo danza la danza dei sette veli: uno strato di nuvole si sfila, mostrandone un altro che ha nel suo ombelico un altro velo; fatico a trovare il cento dei pensieri, mentre qualcuno da sotto immagina il volto azzurro d'una volta che non vede, qui sopra sogno l'azzurro del ventre del mare, e il dorso e le creste delle vertebre della terra.

Per la prima volta mi ha fatto quasi paura, staccarmi dal suolo, forse perchè la mente, scimmia del cuore, navigando nel cielo infinito, persa con lo sguardo in alto a cercare le stelle, il portone aperto dopo la porta chiusa, non riesce a vedere il suo porto d'arrivo.
E', mi dico, la solita piccola angoscia del non sapere; è l'inganno del credere che a lasciarsi le cose alle spalle si possa perdere qualcosa d'importante. 

Levanzo, con le sue vie già percorse riconosciute dall'alto... la pineta dove ho dormito, Favignana sull'orizzonte distesa, come una donna distesa in un velo d'acqua... ancorano la mia migrazione al ricordo che qualcosa rimane, dei ricordi. Se non sai quando arriverai, sapere da dove sei partito a volte ha comunque un "che" di solido.

Ed ecco: tutto ritorna incontro agli occhi! il mare, la terra, il cielo. Mi fermo alle mie spalle, guardandomi andare con lo zaino appeso di lato e il sorriso asimmetrico delle grandi occasioni.
Non dietro, ma in mezzo al vento.
Non dentro, ma sulla superfice dello specchio.

Aperta o chiusa, nè il fatto che ci sia la porta, nè il leggero fiato di questa prima paura contano quanto l'andarne in cerca.

domenica, novembre 22

e io intanto..


Una giornata più silenziosa di altre  più lenta e meno allegra di ieri, a casa dai miei per un pranzo della domenica fuori programma e per l'appunto... non di domenica.
Domenica l'aurora è stata triste e dura; poche le ore di sonno, alle quattro ero già con gli occhi spalancati su un libro e il caffè fumante; impossibile riprendere il filo dei sogni se non verso le otto; è così che è cominciata. Nelle ore, quando dormi poco e ne hai infinite da occupare davanti, accade che si preda a fare il conto delle cose e chissà perchè mi metto a valutare quante storie finite male, quante idee non compiute, quanta fatica arrivare qui.. e poi dov'è qui?
Non so. Almeno oggi per un po' non l'ho saputo più, e ligia all'occhio del turista ho spazzato e aperto le finiestre mentre guardavo l'affollarsi di riflessioni scure come la mattinata.
E mi è tornata in mente una cosa letta e pensata cercando tra i blog altre vite, osservando le code fantasma in autostrada, ascoltando la mia signora che declama poesie asserendo che le scrive quando è triste.
La conclusione è che in genere (e generalizzando) la tristezza attrae molto più della felicità. Le persone felici,  quelle felici davvero dico, non i compagnoni che sanno tenerti su tutta una serata, anche se dentro piangono , hanno pochi amici, pochi lettori, pochi ascoltatori.
E' che forse hanno poco da dire. Quando parlano di quanto sono sereni, o comunque ottimisti ,ad un certo punto colgono la nota di disappunto sul volto dell'ascoltatore, ascoltano il cuore e cambiano argomento.
Il tempo e la salute della gente, di solito. Finchè l'altro prende il sopravvento con la sua storia.
Le persone felici non infilano un successo dopo l'altro, ma apprezzano ciascun successo; brindano alla sorte e alla prima occasione; nel momento in cui sono felici. E avolte anche quando non lo sono.
Perchè le persone felici non sono felici sempre; non hanno il sorriso sulla faccia come una bandiera, ma colgono ogni istante per quello che è, che sia doloroso, faccia paura, incanti. Solo lo fanno con la consapvolezza d'essere... felici.



Così scorrevano le idee lungo la pelle incartata dal sonno perduto, finchè con fatica, nel pomeriggio mi sono addentrata nel parco e le idee hanno preso a virare. Nei colori d'autunno tardo, come foglie che scendono lente, le idee cupe si sono posata sotto il sole a marcire in terra.


Ho ritrovato, come ciascuna volta che percorro i sentieri, lasciando che lentamente gli odori della terra, dell'erba, di fiori,  mi si affollino nei polmoni, la sconfinata gioia di vivere vicino ad un parco, come sognavo da bambina. E' un altro parco, ma c'è l'acquedotto, gli alberi rossi d'autunno, e perfino, in attesa della villa sulla collina toscana, ho il mio piccolo viale di cipressi, e molta più meraviglia!

Mi accingo a tornare con le emozioni ormai a rovescio; osservo negli ultimi raggi di sole, che li colpiscono come dardi di Cupido ,una coppia d'amanti appoggiati come abeti sul crinale, ad aspettare la sera.

Conto le ultime volte che mi è successo. Sflio di tasca i "se fosse stato" e "se avessi fatto" e li getto, vergognandomi un po', al lato del sentiero; e in fondo mi trovo, sgualcito dai piccoli malumori di oggi, un sorriso birbone... non so voi, ma io intanto sono felice!

sabato, ottobre 31

Mal di Londra

Londra è una di quelle città in cui si sogna d'arrivare fin da piccoli. Io, almeno, l'ho sognato.
Questo è un ricordo del sogno che ho fatto, o forse, come accade di recente, si confonde con quello che è successo davvero.

Ho sognato di questi posti che vedo; con il libro di Mary Poppins in mano, davanti alle immagini del film, nelle pagine romantiche dei romanzi gialli del mio Edgar Wallace, sepolto a Parigi. Nel più trendy e recente Codice da Vinci...  Londra è nel mio immaginario da sempre, ma l'immaginazione a volte è superata dal reale,ed io non potevo aspettarmi tanto incanto.

Una parte del mio cuore si è seduto sulle sponde del Tamigi, di spalle al Parlamento ed è rimasto lì. A guardare il tempo cadere, come foglie gialle e rosse, nel fiume.








Lo sento, questo mio pezzo di cuore evaso, come se non fosse lontano, percorrere con passo ovattato i viali di Hyde Park, giù, verso Kensington Garden; dove Peter Pan, dimenticato, è fuggito nel mondo delle fate.

Chissà. forse è accaduto anche a me, laggiù.
Dopo non sono stata più la stessa. Cosa che poi accade in continuazione.
Le stanze dei miei sogni si fanno più grandi, sfiorano l'opulenza esagerata di Harrod's, dopo la visita da copione che traumatizza l'immaginato, e il sognatore; più o meno l'unica cosa che posso permettermi è utitlizzare i servizi igenici. Non sono nemmeno sicura di poterlo fare, ma nessuno mi ferma, così dissipo la nuvola di profumo, che mi ha investito nel reparto del piano terra, attraverso una lavanda d'acqua.
Ma Harrod's è il momento commerciale, lo spazio pubblicitario prima di lanciarsi alla ricerca di altre immagini; St. Paul, che ricordo nebbiosa e ricca di piccioni che volano, conquistandosi il loro primo, e forse ultimo attimo romantico sulla voce di Juilie Andrews, che canta della vecchina seduta sui gradini: Tuppence for a bag.
Due penny, per dar da mangiare ai piccioni.
Oggi due penny forse non fanno comprare carta e spago, con cui fabbricar "il tuo paio di ali per poi volar, dello spazio padron, col tuo bell'aquilon", ma bastano per volare con la sola immaginazione (per tutto il resto c'è easyjet), appena un po' delusa dal sole che irradia democraticamente ogni cosa e, se poco romantico, almeno è complice della letizia di viaggio.
Si, ma un assaggio del classico tempo londinese l'abbiamo avuto sabato, con tanto di gita al museo, un po' d'obbligo e un po' di comodo con un tempo come quello. Durato, per gentilezza, appena fino all'uscita dall'incredibile museo di scienza Naturale, dove si trovano scheletri e ricostruzioni degli animali preistorici, delle balene, animali impagliati e turisti curiosi, affascinati come bambini, perchè di fronte al nuovo siamo davvero così. Una tabula rasa che si riempie, anche in fretta, come al pranzo della domenica!


Il viaggio è stato un viaggio dentro un sogno; 600 scatti almeno, per provare a me stessa che ero vera. Con gli occhi che correvano fuori dall'obbiettivo, per non dimenticare di ricordare davvero, e non solo con l'immagine cercata:
Ero là con la solida e affettuosa compagnia di mio fratello, che è riuscito a immortalare 1200 aspetti della città, solo qualche volta un po' mossi per la fretta di incontrare la sorpresa successiva. E un amico lieve e allegro, che ha ben compensato le turbe e i dolori dell'altra amica; per l'occasione, a qualcuno mi sa che tocca sempre, assunatasi il ruolo del piccolo, quello che avevo io da bambina andando in montagna, che si agita è stanco, vuole tornare a casa.
Ma va bene così.
I meii passi di turista non si distolgono più di tanto dalla meta. La mente, come un mirino fotografico evita i sacchi della spazzatura e le scritte sui muri.  Il mio cuore, almeno quello che rimane dopo quest'altro lembo lasciato lassù a vivere, conta sul pallottoliere della gioia quante sfrerette colorate apporre sul soggiorno e sul ricordo.
Le palline non bastano, perchè certe cose non si posssono contare davvero.
Conta solo esserci.









Qui, potete partecipare ad una simpatica iniziativa
       http://ideeweekend.blogspot.com/2010/06/blog-compleanno-idee-per-tre-anni-la.html

mercoledì, ottobre 21

Ancora una valigia chiusa, che poggia il dorso sulla porta di casa aspettando di essere condotta via.
Un piccolo stacco, una esplorazione meno intima di quella che è possibile fronte mare, forse, ma un viaggio che comunque, come sempre, si compie dentro di sé, mentre si cammina con gli occhi naufraghi nella scena che si svolge intorno.

Oggi parto, così la latitanza dal blog si giustifica con l'assenza fisica, almeno per qualche giorno.
Vado alla ricerca di qualche racconto.

Ma con un racconto di sogno in tasca:

sono in cinta, e sto su una collina ombreggiata da pini, presumo profumata dei loro aghi calpestati. Quando mi rendo conto che è ora di partorire le amiche che mi dovrebbero accompagnare, non si sa bene come mai, partono senza di me. Ad ogni modo in qualche modo ci arrivo, in ospedale. E questa volta, quando mi trovo il mio bimbo a bordo delle braccia, vascello tra le facce che si affollano per vederlo, questa volta, per la prima volta, so che fare. So dargli da mangiare. So tenere bene la sua piccolissima testa, e il suo corpicino nudo e caldo, che sembra espandersi dalle mani stesse.. E non lo lascio più.

domenica, luglio 12

profumo di... di cosa?

Innarrabili vicende mi hanno costretta a rimandare un agognato week end al mare, così mi concedo una breve passeggiata nella mattinata, che mi ha fatto scoprire:
a) i romani, rispetto a due anni fa, sono diventati molto più mattinieri. Alle 8.30 il raccordo è strapieno di gitanti estemporanei. Inutile dire che in macchina sarebbe un martirio! Torno a casa e prendo Bev.
b) i romani sono convinti che l'esagerazione sia d'obbligo, e che faccia ridere. Conversazione tipo: "ho parcheggiato a Campo Ascolano... praticamente sono venuto a piedi [da Roma]".
... domanda: ma noi non siamo a Campo Ascolano?
Però un po' di ragione l'aveva. Il litorale alle nove e venti era già saturo di macchine, per la gioia dei parcheggiatori abusivi.
c) la disperazione fa nascere la speranza, e la speranza... (il resto si sa).
Sto andando a piedi sulla strada, una Punto si ferma accanto a me: "scusi, che esce?" "si, ma con la moto" .. .pausa... "magari ci entro?".
No, direi di no.
d )forse non sono i romani ad essere mattinieri, perché quasi tutti quelli che ho intorno sono extracomunitari.

Comunque, torno a casa e mi sovvengo che dopo un pranzo leggero ci sta bene un biscottino al vino fatto a casa, magari due...
Tra i vari lavori estranei al metter le mani sui pazienti, ora mi sto dedicando alla ricerca culinaria; ultimamente la sperimentazione mi ha fatto produrre, nell'ordine: ciambelline al vino, ciambelline al vino con chiodi di garofano, ciambelline al vino e curcuma. Ciambelline yogiche, con curcuma, zenzero, cannella e vino... aromatizzato ai chiodi di garofano.
Le migliori, fin qui.
Tuttavia se c'è una attività che ha sempre appagato le casalinghe, soprattutto nelle attese... disattese, quella è la cucina. E la cucina creativa è ancora meglio.
Stai là, giovane canuta per via dei capelli spruzzati di farina, in mezzo in mezzo alle sue nuvole odorose, con il vino (un goccio a me, e uno nell'impasto) che sprigiona intensi effluvi e pensieri leggeri; le spezie colorano il banco di lavoro... ed ecco che allunghi la mano, tremante d'emozione, verso un'idea. Si, un'idea.
La prendi, la rotoli, la acciambelli... e la piazzi nella ricetta base. E poi chissà! ma intanto il gioco è fatto. Ti senti nuovo, anche solo per i venti minuti di infornata... finché scoprirai che il soufflè è blu e non verde, che i morbidi biscottini sono in realtà mutati in sassi rotondi e piatti, da gettare sul lago e farli rimbalzare cercando di non colpire le papere.. o che potrai stupire amici e parenti con deliziosi manicaretti...
Ora sono in questa fase: i venti minuti di infornata!

Poco importa se poi la dieta impone di non esagerare (la ciambellina del dopo pranzo sono diventate dieci, e poi un po' di marmellata, tanto per mandarle giù...); è risaputo che è bene mangiare un po' di tutto.
Quindi, dato che ieri ho aperto il latte di riso per cucinare delle crepés ai piselli (versione dietetica suggeritami dalla presenza di panna nella ricetta originale), oggi sono alla produzione industriale di biscotti al limoncello e latte di riso, latte di riso e curcuma, e ce ne sta perfino per una versione 'doppio biscotto allattediriso farcito con marmellata di limone'

Il timer suona, un attimo, quasi ad occhi chiusi, per non vederne l'aspetto. Poi il forno si spalanca e il sottile profumo che preavvisava della cottura, si fa più forte... limone, curcuma, farina, miele, latte...
profumo di cosa?
... non so, forse di casa... forse di briciole di felicità.

lunedì, giugno 8

il viaggio promesso (3)

30 o5

giardini della Kolimbetra
Nel ristorante del campeggio guardano Walker Texas Ranger; quando arriva qualcuno, forse pensando di fare cosa gradita, lo sostiutiscono, ahimè, con un raccapricciante programma di MammaRai. Così torno con la mente e tra le foto, alla mia giornata...

I templi, visitati alla luce calda del pomeriggio, quando già le comitive di turisti scemano lasciando il posto a poche coppie eterogenee, conservano il fascino della loro storia, anche se restano muti, a guardarli da fuori. E all'interno ormai non si può mettere piede, neppure in quello di Castore e Polluce, di cui poche colonne ritte verso il cielo testimoniano l'esistenza. Il tempio di Giove devi crederci che c'era. Restano solo pietre disordinate, che fiancheggiano il sentiero che conduce al giardino della Kolimbetra; incantvole frammento di verde e frescura, in una spaccatura della terra. Una valle di paradiso, invece che l'inferno di calore che s'intuisce essere la spianata dei Templi, in estate. Oggi comunque l'aria, pur promettendo già scirocco, resta gradevole, ed accompagna i passi tra rovine e alberi di Carrubo e Bergamotto, Mandarino e Zagare. Bisogerà tornare in primavera...

fiori al tempio di Giunone
Ci ho messo dodici anni, ad arrivare qui.
Il viaggio di compleanno, promesso anche più volte e da più tempo, è diventato un viaggio tra ciò che ero quando ho perso le tracce della velaia, ed ora che ci siamo ritrovate su un'isola perduta nel tempo.

Solo che il tempo non è perduto. Qui, sola, osservo, socchiudendo l'orecchio che si trova dal lato della tv, come in realtà tutto il tempo intercorso fosse necessario, a trovarci... come se non ci fosse tutto questo spazio di cose da raccontare.

giovedì, aprile 30

La velaia di T. (2)

C'era una volta il tempo...
che ci ha viste solcare il fiume di pietre incastrato fra le case di tufo di Orvieto. E crescere, riluttanti poeti che si nascondevano dentro felpe immense, e una indecisa autonomia di pensiero: per cui eravamo sempre affogate in noi stesse e un po' tagliate fuori; anche quando si pensava d'aver raggiunto un punto di contatto con gli indigeni del paesone. Non siamo mai state di quel posto, ma eravamo ben di noi stesse, ed eravamo una per l'altra. Nei litigi come nelle lunghe giornate passate ad inventare storie e curarci il futuro. Senza mai sapere.
A diciotto anni, non sai mai niente, ed hai solo il tempo di metterti su una giacca e correre a vedere cosa ti ha riservato la vita. Almeno a me pare che fosse così.

Le strade però ad un certo momento portano altrove, e dopo aver studiato le pietre dello stesso Corso insieme, tante volte, una volta sola è bastata, ed abbiamo percorso altre strade.
Come se io fossi andata a S. Giovenale, e tu a piazza Cahen. I due poli opposti.



C'è stato un tempo, in cui ci siamo rincorse nel sogno, ed abbiamo salito le due discese opposte, ansimato, girato l'angolo e pensato che il caso bastasse, per rivedersi; però non era il tempo. Quello.

Ieri, che conta già qualche pioggia e qualche notte, ed ha aspettato vari anni e quaranta giorni per essere ieri, alla fine è successo.
O all'inizio.

E se l'ultimo mio sogno diceva che ci saremmo incontrate in un porto, non sbagliava poi di troppo. La città è di mare: una lingua tesa fra due mari anzi, che non parla dell'uno dell'altro; ma solo dello scirocco.
Il porto è d'aria, come da copione, considerato che entrambe siamo di quell'elemento essenzialmente tratte. Ed attratte.

Il tempo è venuto, alla fine (o all'inizio) di riabbracciarsi.
Come nella scena madre che occorre aver visto almeno una volta, e vissuto possibilmente tante!, un abbraccio ha raccontato più di ogni possibile articolazione sonora tutto quello che non c'è bisogno di dire. E molto più in fretta.

Il tempo è venuto lentamente, e passato ovviamente, con la sua logica paradossale, rapidissimo; ma so esattamente tutto, di quelle ore trascorse a ricoprirci i tratti del viso, a rivedere i capelli lasciati liberi dagli inganni che fuorviano le ipotesi sull'età, a rimettere insieme i pezzi sparsi nel tempo in cui non ci siamo raccontate. A raccontarci a voce, tutto quello che si cela agli occhi estranei nel silenzio delle rughe.
E poi ho preso la tua storia nei disegni, dal tuo gorgheggio accennato, sui viali che conducono dalle mura di tramontana al porto. Sempre mare. A nord, a sud. E anche dentro.
Sempre tu, anche oggi. Anche diversa.

E m'incanto a vedere che niente è cambiato, benché sia tutto diverso... e tutto cambiato.
Siamo io e te, come se ci fossimo lasciate ieri, ed allo stesso tempo non ci conosciamo più. Chiediamo permesso, entriamo con delicatezza, per i primi momenti, appigliandoci a qualche ricordo comune, per vedere se sonno gli stessi; poi scaliamo le distanze con avidità, e con la sicurezza di una vecchia confidenza, della fiducia accordatami dalla gatta. E tra una lirica e un infuso di zenzero e limone, che odora di fresco, si apre un nuovo orizzonte.

Non dico che ci andremo per mano, perché non siamo mai state di quelle che si tengono la mano come i fidanzatini; loro fanno tenerezza, a noi forse sembrava di essere fragili (o solo un po' assurde); più pratiche, ci tenevamo con altri fili, una con l'altra.

Gli stessi, ma intrecciati ai mille che stanno nella rete fra ieri e oggi, ora, più che ritendersi tendono a rendersi un po' più visibili, che nel tempo passato senza scorgerci.
In questo tempo accaduto per tempo, con i tempi giusti, e fuori dal tempo.

... Inizio.

lunedì, aprile 6

Il respiro della terra

respiro della terra
Eccoci, noi uomini piccoli piccoli, a preoccuparci di problemi relativi, a correre a ripararci dalla pioggia per non sciupare una messa in piega (va bene che costa come un'automobile...), a filare desideri come se fossero maglioni in un inverno gelido, che non finiscono mai, e non scaldano neppure abbastanza.
Quindi eccoci.
In salita verso qualcosa, in volo tra un momento e il successivo, discesi verso le falde delle storie, quando ne siamo stanchi.

Poi una notte di mattina presto, gli occhi tremano e si spalancano sussultando assieme alla terra; che si scuote, si da un'aggiustata scrollandosi la polvere di dosso come all'uscita d'un tunnel che nessuno percorre da tempo; per noi pieno di ragnatele e terra, e che qui immaginiamo per gioco denso di polvere di stella.

Il terremoto è avvincente e crudele; magico e terrificante; ed oggi aveva una trama lunga e rotonda, che sembrava dilatarsi e sformarsi come un tessuto elastico, in tutte le direzioni. Mi ha disfatto dalle gambe la coperta, mentre mi accertavo che la scossa finisse, quasi prima dentro che fuori, appoggiata allo stipite della soglia di casa.
Chissà perché poi, me ne sono rimasta là a sentire il tremore salire dalle fondamenta fin su nelle gambe, i capelli sparsi in aria come esiti di un fortunale; avrei fatto prima (in caso di successivo pericolo) e meglio se fossi scesa in strada, dato che sto al primo piano. Ma gli uomini fanno così a volte, e tutto sommato, come sempre, mi aspettavo che finisse bene.

Un minuto? non so.
Il movimento, ombreggiato di rancore sotterraneo, o forse solo di necessità profonda, ha lasciato nell'aria un'eco trascurabile a livello sonoro; un po' meno nelle viscere, che sono restate ad attendere una contro spinta che le rinsaldasse al loro posto.

Rosso Stromboli
Su Stromboli avevo avvisato nelle membra una cosa simile; 'ritta di fronte ad un mare caldo di tramonto, sull'orlo del vulcano, il rombo cupo raccontava, come un vecchio roco e saggio, la potenza della terra. Ne manifestava la potenza; attanagliava le sensazioni; le stringeva in un unico morso di ghiaccio e polvere, per restituirle come una compatta immondizia che aspetti solo si decomponga.

I fenomeni naturali, fate caso, producono un silenzio diverso...
dove un pensiero piccolo e malfermo si è affannato alla ricerca d'un punto di meditazione finale.

E dopo, orfana di un'ancora precedente o postuma che fosse, nell'aria gonfia e senza luce della notte del primissimo mattino, mi sono chiesta: cosa sarebbe valso la pena portarsi appresso?

domenica, febbraio 22

Marsia



Sono partita credendo di fare un viaggio in un ricordo di venticinque anni fa; quando con gli sci ai piedi cadevo spesso (ora non scio più), e m'infarinavo di freddo sulle brevi piste di campo Marsia, negli Abruzzi, perchè altri posti erano troppo lontani.
Allora li anelavo, quei posti preclusi, oggi non li apprezzo, perchè troppo frequentati; così pieni di città che sembra di non averla lasciata.
E poi, quella, è la neve più bella che ricordo; forse battuta, ma solo nella sensazione, dalla prima neve caduta quando ho vissuto in Germania e, col fiato grosso di freddo mi sono infilata in un cabina gialla, come in un maglione il cui filo non chiuso mi permettesse di telefonare a casa, e scaldarmi la solitudine gridando: "nevica, nevica!".
Era novembre, e la neve sarebbe durata tutto l'inverno. Ma non lo sapevo. Bambina, lì, a vent'anni, come qui vent'anni fa.
Di tempo ne è passato, anche da quel tempo.
E ogni volta trascorre più di un inverno, prima che torni a rompere cristalli, sulla superficie imbiancata.
Croop. Croop. Fanno i primi passi, incerti, quando mi fermo a fotografare i cavalli. Sulla montagna, prima del valico di Colle Bove, sembra che non ci sia nessuno. Non un sussurro, un cinguettio, un fruscio. Se non mi muovo, si percepisce il silenzio vertiginoso della neve.
Croop.
Mi azzardo, spaventando i cavalli. Rotta l'incertezza, il fermo immagine si anima, e quelli si muovono, torpidi, riprendendo a brucare; silenti, nel tempo di oggi, in cui guardo, attori d'un muto narrato dal sole.

Si rompe il silenzio, poiché questo viaggio è anche ricordo; e mi sale nella testa la voce di mio fratello, che osserva la stessa collina che guardo adesso: "sembra la testa di un calvo con tanti capelli". Ha sei anni, forse; di sicuro è la prima volta che si va sulla neve. Quella volta in cui, come tanti bambini prima, sopraffatti e orgogliosi di noi abbiamo scoperto che la neve è fredda.
Oggi lo diamo per scontato, come tante cose, e rideremmo a sentircelo dire. Persa l'innocenza, intesa come non conoscenza, dimentichiamo. Per poi, paradossalmente vivere nel ricordo...
Mi ripiego le gambe in macchina, assaporando il gusto di sole che ha preso nella breve sosta, e raggiungo la sommità del valico, perdendo lo sguardo nella vallata coperta di neve dove, nascosto da una collina, è arrotolato Tagliacozzo, come un gatto su una coperta.
La via per i campi da sci, dove si transita senza catene sulla neve vecchia, impastata di fango, nasconde presto la valle e s'insinua tra le morbide curve del paesaggio boscoso. Il silenzio che rompo resta come anelito, mentre la musica, spenta da un po', aleggia come eco sgradita, ospite non invitato di questo incontro tra le risa e le ansie di giungere dello ieri di tanti anni fa, e l'attesa che teme d'esser delusa di oggi.
Abitudine ad una città che ti cambia sotto gli occhi, in cui a volte ti confondi perché certi riferimenti collaterali cambiano a stretto giro, dimentico che il mondo è anche quella stessa città eterna: il Colosseo è sempre lì. E Campo Marsia è sempre uguale.

Forse è vero, che una volta che si vive in un posto si può apprendere da esso tutta la saggezza. Perché l'intero universo è contenuto in un chicco di senape, pur nella sua devastante infinità. Così a volte si ha la sensazione che bastino pochi libri, con le cose vere, per avere sotto mano tutto il sapere che serve.
Ma la vista non si sazia, e il mio ricordo neppure. Ho bisogno di svoltare l'ultima piega di strada. Sospendo il fiato.
Riprendo.
E' esattamente così, che la ricordavo. La stessa pista corta, e un'altra che, nella memoria era smarrita, e transita il ricordo in scoperta.
I bambini, gli stessi di sempre, ridono rotolando giù dal bob, echeggiati da un riso scintillante e nuovo che mi tintinna dentro; e in questo gelo, scioglie l'ancora della memoria, e col riso di ieri nel ridere d'oggi, mi avvio sui passi che non ho mai compiuto. Gratto la superficie della neve per sentirla dissipare il freddo al primo contatto con la punta della lingua. Affondo nel manto intoccato del bosco, accompagnata dai raggi di sole che mi insegnano una via in salita, mi indicano una traccia che corre verso il posto che cerco.
Crop. Crop.
Il suono si modifica leggermente, quando la neve è più ghiacciata; e mentre salgo lenta, mi assalgono parole che raccontano quello che sento; infastidita dal rumore che fa il pensiero affondo e scivolo, preda di una sonnolenza che ottunde la coscienza, smarrita fra due tempi. Smarrita da me stessa. Che tento di lasciarmi indietro, perchè questo è un tempo che non dovrebbe appartenere a niente.
La speranza di questo, forse è inutile. Ma so che ho camminato, corso, saltato, respirato. Finché il pensiero è rimasto attaccato all'ombra di un albero, ed è restato solo il muoversi.

Allora l'ho trovato, il posto che stavo cercando.
E sono stata accovacciata in un raggio di sole, col sè scorticato, sulla roccia nuda di neve, a dimenticarmi di ricordare.
A sentire il silenzio che sparava i suoi raggi sul cuore scoperto.
Ne ha sgelato le stanze, lasciate piene di polvere. Ha ricamato una tela nuova, per la tenda che non posso tirare più.



Un link per chi fosse interessato al Marsia della Mitologia...

giovedì, gennaio 8

giornataccia?

AAARGH!
oggi è uno di quei giorni in cui odio andare a lavorare.

Arriva un tirocinante nuovo, e con la sua faccetta speranzosa aspetterà che io elargisca pillole di saggezza terapeutica. Invece mi sento spenta come la TV. E quello che non sa è che in genere il primo giorno che ne vedo uno nuovo (tirocinante) il cervello si impappina, i pazienti satnno peggio del solito, e... non ho voglia di lavorare.

sabato, gennaio 3

i sogni realizzati

All'inizio dell'anno uno degli auguri più belli e, fortunatamene, anche frequenti, è che i nostri sogni si realizzino. Che possiamo avere tutto ciò che desideriamo.
Quindi... attenzione!

per dire:
quando ero piccola desideravo tanto fare la maestra. Così anche negli anni, per un certo tempo, prendevo in mano vecchi temi e li correggevo. E poi scrivendo talvolta poesie, e forse chissà un giorno un libro (un di quelli seri però, diciamo che rischia di essere 'pesante'), ecco che sto e stavo lì a correggere, rileggere ecc.
Ma, appunto, i sogni si realizzano.
Nell'anno passato si è concretizzato uno di quelli; proprio quello di insegnare. Ovviamente si tratta di argomento inerente al mio lavoro, sicché ho perfino l'onore piacevole di sentirmi chiamare professoressa. O la docente.
Mi fa un po' sorridere, mentre il mio ego si autoccoccola un po'.
Con gli onori, gli oneri, ovviamente.
E' qui che occorre fare attenzione, perché di solito sono la parte non considerata dei sogni. Quella che poi ci fa sussurrare atterriti "ma non era esattamente questo, che volevo", oppure "ma chi me lo ha fatto fare", o solo un attonito "ops".
L'attonito ops è ovviamente la fine del sogno: mi è stato richiesto di fare una verifica di fine corso, ed ho avuto la bella idea di proporre delle brevi domande da svolgere a casa. Non cavilliamo sui motivi; il risultato sono stati 45 compiti tutti uguali. Tutti.
Ops.

Diciamo che, a posteriori, mi si è sviluppata una certa comprensione per i poveri professori. Non puoi non leggerli, i compiti; qualcuno potrebbe sbagliare. Qualcuno potrebbe saltare una risposta. 45 persone potrebbero fare i compiti tutti uguali.
La prossima volta faccio un quiz. Nemmeno a risposta multipla; solo vero/falso. Almeno faccio prima!
E poi le chiamano vacanze!

giovedì, dicembre 18

Ma quanti possono entrare in Paradiso?


L'occasione era troppo ghiotta.
Corsica 2006: il campeggio più imbucato del mondo, sito al termine di una lunghissima strada bianca, una di quelle da "siamo arrivati? siamo arrivati?", e che ti fermi per l'ultima sosta, sfinito, impolverato, annaspante, prorpio prima dell'ultima curva.
La strada era piena di buche, e l'abbiamo scartata, come un regalo, si, siamo a tema Natalizio, con Vespina. Quella che ha dato spunto ai 'viaggi'.
La vecchia vespa blu del mio amico ingegnere di Firenze, con cui siamo fuggiti dal lavoro, allora, proprio nel momento in cui ricominciava. A settembre.
Le nuvole cominciavano a portare presagi d'autunno, ed il vento ha sferzato con vigore le coste varie e spettacolari dell'isola francese, mentre noi tornavamo nel tempo in cui si viaggiava in quattro in una vecchia cinquecento stracarica di bagagli, o su una vespina che lo era altrettanto.
Gli automobilisti strombazzavano e ci salutavano, come se fossimo attori di un vecchio film,, quando ci incrociavano; e in qualche modo lo eravamo. Protagonisti poveri, mentre una coppia fiorentina, su una vespa verde brillante, scorrazzava, incrociandoci a volte, in pieno stile vintage. Lei, con occhialoni scuri enormi, un vestito bianco, esile e naturalmente bionda. In realtà, francese.
Lui, alcolista, alto, grosso, scuro. Fiorentino.
Avevano una vecchia telecamera a manovella.
Il ricordo me li riconsegna con la vespa carica di bottiglie di vino, l'abito di lei che svolazza, semitrasparente scoprendo parte del ginoccchio magro colpito subito da un raggio di sole indiscreto. Lui con una tuta da aviatore, o forse da meccanico, blu. Quando li abbiamo (ri)incontrati sulla spiaggia de 'u Paradisu. Quella cui si accede attraversando Les Agriates. Il deserto.

Nell'immaginazione mi sentivo Castaneda, senza il suo don Juan. Ma allora, come oggi, avevo i tre centimetri cubi di opportunità del guerriero (non il guerriero della luce di Cohelo, eh!).
Quei tre centimetri ti cambiano la vita.
Però ti devi sorprendere ad essere velocissimo per poterli raccogliere.
Velocissimo e attento.

E così capita, quando lo fai la prima volta, che poi diventi più pratico, e col tempo finisce con l'essere più semplice.
Stai in agguato, e acchiappi quell'angolo, quella piega della realtà in cui puoi cambiare le cose.
"signora, no, non posso", impari a dire.
Impari a girare l'incrocio prima che si crei l'ingorgo. Impari a dare, prima che ti dicano di no.
A dire no, prima che dalla bocca scivoli fuori il si che ti sconquassa la vita.

Essere felici, credo, rientra in quei tre centimetri cubi di opportunità.
In quell'apprendere che devi cogliere l'esatto istante e non sciuparlo con niente. Tanto meno col pensiero che, forse, non durerà.
E la condizione di essere felici è come essere in Paradiso.

Oggi. Ora.

Entrano in pochi. Forse tre soli, alla volta. A volte meno.



mercoledì, novembre 12

Il ritorno (non togliere la glassa 3)

"Solo gli stupidi non hanno mai paura".
Chi lo ha detto non lo ricordo, ma oggi, a quanto pare, sono meno stupida del solito.
Così tanto di meno. che ieri mi è venuto anche un febbrone da cavallo, all'idea.
Perché oggi, dopo circa cinque mesi torno al lavoro.
Si ha un bel dire, che ho preso freddo quando sono uscita con Bev, lunedì, in mezzo al traffico; non più abituata all'aria fresca di novembre, che sulla moto si sente molto di più, un po' di freddo l'ho pure sentito. Ma mi sentivo anche come Harry Potter sulla sua scopa, con una emozione inenarrabile che saliva dentro. In moto, quasi come quando nuoti: ti sembra di volare.
Mi sentivo come Platinì, nel traffico. Platinì, prima di tirare sapeva già dove erano tutti gli avversari, e faceva goal, perché aveva quell'attimo di coscienza che gli permetteva di inquadrare il passaggio giusto, lì, tra le gambe dei giocatori. Ho fatto goal anche io, lisciando due volte la stessa manovra che mi ha procurato l'incidente. Stavolta, pensando "questo qui davanti mi sa che gira", anche se il "questo" non ha messo la freccia, ho aspettato a sorpassarlo. E infanti ha girato. Come cinque mesi fa, quando è cominciata quest'altra vita. Solo che quella volta, ho sorpassato. Ritrovandomi a fare la macchia sull'asfalto. Io, come una macchia d'olio, impressa nel nero catrame.
Stavolta ero troppo giovane perché accadesse di nuovo. Così sono stata attenta... e molto zen.
Esistevo solo io, la moto, le auto, l'aria, il sole... si, sembra che stia dicendo che ero attenta a tutto, e infatti è così. L'unica cosa che mancava erano pensieri che distogliessero da ciò che stavo facendo. Insomma, pari ad un "quando mangio, mangio" e nient'altro, stavolta mi sono ricordata di non togliere la glassa.

Ciò nonostante, qualcosa è stato in agguato, sotto l'attimo perfetto. Qualcosa di profondo ha lavorato, scavato, colpito. E ieri mi sono dovuta fare l'ultimo giorno di riposo... a riposo. Volevo fare delle belle cose, volevo vedere un amico e andare a mangiare un gelato; magari andare a vedere una mostra, come se fosse domenica. Perché oggi è di nuovo lunedì. E per la prima volta, dopo cinque mesi, ha suonato la sveglia, alle cinque, e stavo ancora dormendo.
Oh si. l'insonnia mattutina ha provato, come tutti i giorni, a farmi svegliare alle tre e mezzo. Ma ho dormito di nuovo.
Ora sono pronta. Un po' febbricitante, ma non importa. Ho deciso di andare, perchè è anche vero che si dice che i coraggiosi, sono quelli che vedono il pericolo, e gli vanno incontro comunque.
E tanto, se stessi a casa anche oggi, anche domani, non avrei meno paura di ricominciare.

venerdì, novembre 7

non togliere la glassa (2)


Da adesso, e soprattutto prima di tornare al lavoro, vorrei mangiare sempre tutta la torta, senza togliere la glassa.

lunedì, novembre 3

Io e Bev

Non lo sapevo.
Oggi, svegliandomi non sapevo ancora che ce l'avrei fatta. Dopo l'attesa, che porta per se stessa gioia, stavo quasi per lasciar perdere. Così la mattina si è stirata i propri angoli, mentre il volto mi si spiegava lentamente e in modo incompleto (ma forse le rughe c'erano anche ieri) dopo una cattiva nottata, che nemmeno il caffè ha cancellare; le memorie della sera vi galleggiavano dentro. Ero così, sospesa e un po' dispersa in questi fumi, con l'alito del rauco vento di Velletri che mi sibilava ancora nelle orecchie, quando altro vento s'è intrufolato nelle asperità d'una giornata che faticava ad iniziare.
Mi sono vestita "come per", all'improvviso, quasi fingendo che accadesse a qualcun altro, per smorzare la paura di non farcela. Ho mascherato la bramosia in un altro caffè, ho spillato la paura all'etichetta dei fiori di Bach, trangugiandoli come per affogare in quelle poche gocce tutta la storia degli ultimi cinque mesi.
Poi sono scivolata fuori casa, incollata al muro, come se potesse sostenermi davvero, giù fino al parcheggio sotterraneo. Ed era lì.
Come l'avevo lasciato ieri, e ieri l'altro. Il casco coperto di plastica per non impolverarsi, in cantina. Nel bauletto ancora l'ombrello piccolo, d'emergenza. Mi soffermo a pensarci, per acquistare tempo: se piovesse non riparerei neppure il naso, sotto quel cosino piccolo piccolo... Non funziona, a lungo. Accendo il motore, che stenta un po', dopo tanto riposo, e mi siedo in sella, a riascoltare la vibrazione leggera, le fusa della bestiola non viva, che mi fa sentire viva.
Lo ricordavo meno pesante, mentre lo scavalletto. Ma la schiena non protesta, quindi inizio qualche lento giro nel garage, sperando che mi basti. Come è è possibilie? Appena scorgo la luce, fuori della rampa, quelle artificiali dell'interno si spengono sul tremore leggero delle mani. Il cuore balza su, fuori della rampa e dentro nella gola, prima che abbia dato gas, ma quando lo raggiungo, nel sole d'una domenica incredibile, dopo tutta la pioggia, la strada diventa l'amica di sempre; quella dove posso, di nuovo bambina ed invincibile, giocare a correre imbozzolarmi nell'aria che si schianta addosso alla giacca, penetra dalle maniche e s'infiltra nei recessi più scuri, liberando le ansie che naufragano sugli scogli dei ricordi.
Come se fosse la prima volta, ma una di quelle in cui con sorpresa scopri che sai già come devi procedere, mi avvio per una strada che sale, su cui, perciò mi sembra adeguata, guidai la prima volta il Beverly 400 di un mio amico. Come allora, nessun sorpasso, concentrata come sono sul mantenermi incollata e verticale sulla striscia d'asfalto. Come allora il brivido che mi anima mi porta più su, di quella striscia d'asfalto.
Come allora il mezzo termine del viaggio è Frascati, privo delle stelle lasciate a terra, che di notte illuminano la vallata di Roma; le luci della città sono spente, riposano in attesa della notte. ed io riposo, in attesa del ritorno.
Invecchio qui, riposando, di questi 15 chilometri che tagliano via l'infanzia di questa nuova vita, iniziata 'finendo' per terra.
Poi torno a casa, per la prima volta.