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giovedì, ottobre 18

Lettera ad un amico in partenza

C'era già una sottile polvere nell'aria: polvere di anni che se ne vanno, di abitudini consumate, di arrivi programmati e di altri a sorpresa, che s'intrufolano tra le mura, variando il posto alle cose. Variando l'importanza delle cose, che per alcune diminuisce, e delle persone su cui contavi, che perdi la lista e ricominci da niente, moltiplicando la possibilità di esperire la prossima emozione. Ci dividiamo fino alla prossima volta, ma va bene così, perché la vita è tutta nel tessere e il filo, cercando di preparare una bel finale.

Ora c'è la polvere di decisioni che si affrettano giù per le scale, lasciandoci solo la mappa per arrivare alla meta, perché una volta prese non sei più lo stesso, anche se non sai ancora chi sei.

C'è la polvere lasciata da partenze previste, che è come se fossero già state, e ne hai impronte leggere dentro, prima di aver dato i saluti. Impronte che indicano di rimettersi in cammino.

Ho vissuto quest'amicizia per il tempo di una luna, ventotto giorni di incontri oltre le righe, inseguita fra i silenzi del cuore stabile e le chiassose fantasie del pensiero. Un amicizia che ha, in questo tempo determinato dal principio, tutta la sua ragione d'essere, ma non per questo è meno vera o intensa di quelle storie di anni, che si riannodano, che si perdono, che lasciano molti più ricordi forse, ma forse non così intensi. Perché, stranamente, se sai quando il timer suonerà interrompendo l'esercizio, riesci a  mantenere una attenzione più acuta in ogni istante. Impostare il timer, ti aiuta a far si che l'ultimo minuto sia inevitabile e lungo, quanto il tempo che c'è stato prima; ti aiuta (anche se si dovrebbe perderne l'indispensabilità) a non vivere "come se si campasse in eterno...", come a volte capita con le persone e le cose che diamo per certo che rimarranno per sempre.

Da questa permanenza intensa, che si muove tonda e liscia come le ruote dei pattini, che si mangia velocemente come un bignè e con la stessa dolcezza, che si chiama viaggio come una vacanza, quindi sai già quando ritornerai... esco con una intelletto nuovo, fresco di stelle e sale, di voli e camminate sabbiose, di foglie ormai rosse e di allegrie sempreverdi, di pace per i desideri soddisfatti e di forza per compiere altri passi. 
Esco con il fazzoletto in mano, perché mi piace recitare lungo i binari; con un libro in tasca, perché mi piace avere qualcosa da lasciarti nel caso non tornassi; con un taccuino e una penna, perché mi piace scrivere dei miei, di ritorni.
Amico mio, andare lontano quanto il sole che si tuffa nel mare dietro il cratere, a Castel Gandolfo, è un bell'andare, ma sappiamo ambedue che niente è lontano quanto quello che non vogliamo vedere. Quanto quello che, a volte, temiamo di sapere che è proprio dove siamo sempre stati. Da ipermetrope, lo so che nessun "tele", per quanto ce lo faccia vedere, è l'obbiettivo raggiunto. Ma infondo, guardare  fin là, forse aiuta a mantenere la rotta.

 Il mio viaggio lontano, quindi, mi porta qui; il tuo, invece, ha necessità di quell'altra parte del mondo, ma non c'è nessuna differenza, se non la lingua e il lato della strada dove si guida; lo sappiamo entrambi. Nonostante questi finestrini che non si prestano alle commedie di sventolii e mani che si agitano in banchina, ti vedo con il viso sul vetro fino a dove l'occhio riesce a guardare indietro, e mentre mi volto per andare avanti, so che farai lo stesso, senza rimpianto seppur con la lieve speranza di ritrovarsi in un altro "quando".

Dopo tutto questo, nonostante abbia ramazzato il suolo e il cielo, per lasciar andare anche quella delle stelle, c'è ancora una sottile polvere, che non lascia avvertire alcun suono, se non il silenzio dietro l'angolo della bocca. Dove sbattono una lacrima di commiato, e la piega di questo sorriso.
 Grazie del presente!


 Thank you for this present!

venerdì, giugno 8

Osservo.
Ti vedo con il torace scottato, proprio lì sopra il cuore, dove ti manca un po' di peso. La carne se ne sta tutta altrove, su braccia e gambe così lunghe, che a volte ti sembra che i gesti non arrivino mai a destinazione, che il piede non riesca a toccare terra. Che poi, a dire il vero, tu ce l'hai, la testa fra le nuvole; ma dici sempre che è molto più utile così, almeno riesci a vedere il sole anche se sotto infuria la tempesta.
Ti vedo con le mani trattenute di qua dal tavolo, mentre cerchi la luce degli occhi, negli occhi, per quell'antico gioco di specchi per cui mi dici sempre che siamo quello che ci vediamo davanti. E' così, mi dici, che hai scoperto di avere un cuore. E forse, il peso che non c'è sul petto è tutto lì sotto, in quella cosa sospesa fra l'espandersi e contrarsi, potente al ritmo della corsa, e talvolta della tachicardia.

Osservo.
E vedo che te lo stai trattenendo tra le coste, 'ché, mi dici in un sussurro nel tovagliolo, hai paura che scappi troppo oltre; e "se ciò che dai è tuo per sempre" forse a tenerti per sempre tutto questa cosa che ti scoppia in petto quando fuoriesce, hai paura di perderti definitivamente in questo possesso.
"Ciò che tieni è perduto per sempre", osservo di rimando infilandoti un boccone in bocca, da quelle mani che sentono e conoscono.
Ma per una volta, affogata nell'acqua di un'emozione ventosa e instabile, non mi ascolti.
Forse è per questo, che stamattina ti ho versato il caffè addosso, invece che giù nella gola. Le tue parole erano ancora calde, e le mani, senza il cuore lasciato sul cucchiaino appoggiato al tavolo, avevano bisogno di ricordarsi il posto dove tornare. Quel posto sospeso, fra il limite della paura che te lo tiene dentro, e il varco della percezione che te lo mette fuori dal torace.

Osservo.
Quando il cuore e le mani si muovono insieme, i piedi poggiano a terra. La schiena, solitamente rappresa e percorsa da queste schermaglie, si dilata oltre le nuvole e tu te ne stai ferma, senza perdere la testa. Quando il cuore si alza dal tavolo, e un fulgore balugina negli occhi che hai davanti, ti ricordi che a volte, la luce riflessa, più che l'ombra, suggerisce la presenza del sole.



mercoledì, agosto 10

Il mio mondo di Oz

Ho letto di recente che non c'è bisogno di aspettare un viaggio, o un grande evento, per cambiare le cose. A volte in effetti, bastano delle piccole riconquistate libertà, o la volontà di riprendersi un'anima sgombra, o semplicemente accorgersi di volersi più bene, perchè qualcosa si muova.
In effetti, bisogna essere liberi, perchè il cambiamento avvenga.
Tuttavia non ci si può aspettare che accada con uno "snap", un semplice schiocco delle dita. La magia non è così semplice. Devi aver acquisito il potere di schioccare le dita, o accadono cose strane. Mi viene in tal senso in mente il film di Mary Poppins, quando i bambini mettono in ordine la stanza e il piccolo non riesce nemmeno a schioccare le dita; è in balia degli eventi, fino all'ultimo.

Oppure i libri di Terry Pratchett, quando parla delle sue streghe... che alla fin fine fanno cosa normalissime, ma le fanno in modo magico: standoci completamente dentro. Una delle frasi più belle è che "la cosa più difficile della magia, è non usarla"!
Ebbene, per farlo (non usarla) la devi padroneggiare. E per padroneggiare la magia, che è sostanzialmente l'energia delle cose, si deve conoscere

Dal momento che la conscenza inizia dalle cose semplici, dal minimo sindacale dell'esperibile, Lila ha ri-comincciato a conoscere il suo corpo. Sta indagando i difettucci visivi, cercandone i significati più eleganti e veri.  Così che forse, ad un certo punto, ci vedrà meglio. Più vicino. Più chiaro.

E poi, dato che Lila ha la tendenza ad andare altrove, dopo aver imparato a non fuggire, sta apprendendo a marcare un confine. A stabilire l'inizio e la fine del corpo, in modo che tutti quei movimenti che ci sono dentro, sappiano che le dita sono la fine del fisico.
L'inizio del viaggio, il posto da cui ritornare.
Avviene che, nel mio lavoro, si perda a volte il confine tra sé e la persona con cui si lavora per il recupero dell'armonia. Va bene, finchè non ci si confonde.
Allora ecco che, tracciando con lo smalto colorato le periferie del corpo, avviene che Lila si veda bene i piedi, adesso.

Si veda bene l'inizio e la fine delle mani. Riesca a contare fino a dieci, e poi tornare indietro, dopo che le cose sono andate.

Perchè le cose, tutte, vanno. Vanno i nostri pensieri. I nostri desideri. E "l'energia segue il pensiero", tanto che, direbbe l'amato Pratchett "la gente dovrebbe riflettere, prima di inventare mostri".
Insomma, quando l'altro giorno Lila s'è accorta che le è sfuggito un desiderio, l'ennesiama volta che stava andando via, l'ha visto con chiarezza. Ha vistoa anche che era bello. Buono.
S'è detta che forse, questo saper battere i tacchi è stato un nuovo inizio..per tanto tempo. Ed ora è iniziato.

E ci sarà una casa dove tornare. Un posto vicino dove fermarsi. Ci sarà, stando bene attenti a non rimanere prigionieri, una volta che non dovrà andare via. Anche se avrà sempre una finestra aperta.

lunedì, maggio 23

La gioia piccola d'arrivare secondi

Sono l'ottavo di sette fratelli...... se arrivo tardi che colpa ne ho...
Così cantava un bimbo, tanti anni fa.

Non lo eguaglio, sono seconda di due, e fra l'altro arrivo sempre prima, perché mio fratello ha il ritmo lento del volo planato, io, quello frenetico del colibrì.
Sbatto impazzita, a volte, per uscire dalle gabbiette che mi impongo, ma prima o poi, lui il cane (si fa per dire) e io il gatto, passerò dal buco della serratura e scoprirò magari che non c'era nessun bisogno di affrettarsi ad uscire.

Che se voglio posso avere, eh già, in un secondo tempo, il tutù rosa da danzatrice che non ho mai avuto, anche se adesso potrebbe somigliare più ad un abito da salsa; come seconda, avevo a volte le sue tute usate, quelle di una volta, fatte per durare oltre alle cadute sui ginocchi: Avevo la felicità di imitare mio fratello in tutto: dall'aikido alla scuola superiore, fino a salire sugli alberi (ma chissà come mai, non sapevo seguirlo a scendere).
Ciascuno ha avuto, ed ha, le proprie eccellenze; la mia è quella che "mi sta in cagnesco" perché le sfuggo scherzosa o impaurita, non appena mi s'appressa, fingendo o sperando di tornare nel mondo delle persone normali, che non si preoccupano di quando e dove sia iniziato il mondo, perché credono che ci sia un qualche papà nel cielo, che si occupa di tutte le cose.

Avevo anche io, il mio papà in cielo. Faceva lo steward.
Ed era assai più facile credere che sarebbe tornato sempre a casa, con dei biscotti o le sue storie, piuttosto che aspettarsi una chissà quale mano divina, che avrebbe messo caramelle nelle calze. A bambino Gesù, che portava i regali, ci ho creduto, questo è vero. Tuttavia con l'enorme dubbio etico, del come si procacciasse i giocattoli. Credo sia stato un sollievo, quando mio fratello mi ha rivelato la verità!

Il complesso stato dell'essere seconda, però, è sopravvissuto a tutto questo. Ero la seconda più brava della classe, la seconda a prendere la patente, la seconda scelta quando qualcun'altro faceva le squadre di pallavolo. Così ora ho la passione per le auto di seconda mano, e per quelle prese a nolo. Ma provo ad esorcizzare; la mia auto (di seconda mano) è passata a mio fratello, e dopo che mi ha prestato lo scooter, direi che gli darei volentieri il mio, che non fa rumori sinistri, ed anche destri, anche se essendo più grosso è molto meno maneggevole nel traffico. Acquisto cose che non sono appartenute a nessuno, e possibilmente anche abbastanza originali; cerco l'idea che nessuno ha avuto quando interpreto una qualunque Divina Commedia. Cerco anche di salvare il mondo.
Ma nella speranza che ci sia qualcuno che arrivi prima di me, (tutto, sarebbe troppo) mi limito a provarci con quello attorno.
Come una canna nell'infuriare del vento, come un fuscello nella corrente, sfrutto la forza del suo precipitarsi addosso... e lo assecondo.




P.S. comunque...allla fine, come ogni buon sarto ha i suoi riparatori, mi par di vedere che ci sia Qualcuno che ci mette una pezza!

venerdì, febbraio 25

"Possiamo ben credere
che capiremo quanto è semplice l'universo
soltanto quando avremo riconosciuto
quanto esso sia strano".  (Weehler)


Un augurio frizzante come l'aria, che questi giorni, preludio lento della primavera che verrò, siano per tutti fonte di ri-conoscimento e rinnovamento!
(scusate, sono un po' lontana questo periodo!)

martedì, ottobre 12

viaggi nel tempo

Intanto bentrovati. Ai nuovi lettori, ai vecchi amici, a voi di passaggio.
Un paesaggio nuovo si apre attorno ai miei occhi, in questi tempi, che mi rifila gentilmente i margini, sapete, quei contorni bianchi che ogni tanto stampano a cornice delle foto. Ecco.


Quelli vengono sfrondati, e piano piano, mi pare, la visione ha il permesso di prolungarsi oltre, fin quasi a perdersi se Ragione non le tenesse una briglia lenta, ma non abbandonata, addosso.

Eppur nella condanna dei miei occhi circondati dalla montatura degli occhiali, smontare l'immagine racchiusa mi pare una buona via per passare oltre alle illusioni.
E inizio, 'chè la Via in ogni caso parte, se non porta, da qualche parte. In genere dalla porta di casa, per ricondurre al giardino sul retro. Ma questa, forse, è un'altra storia.

Il Fatto, non proprio fatto, ma appena accennato, è che sto tentando di leggere uin romanzo che mi hanno consigliato. Io non ci so fare con i romanzi; mi prendono alle prime pagine o mi lasciano perplessa, e io li lascio sul comodino sotto qualche saggio, ad acquisire sapienza. Questo però ha una bella idea. Si mette a seguirmi anche quando sopra c'è anche la tazzina del caffè, e gli avanzi della colazione. RIesce non so come a venirmi dietro. Sarà che parla di viaggi nel tempo quindi può darsi che mi raggiunga quando è il momento giusto.
E l'ultima volta è successo sull'aereo da Genova, un giorno che per incidentalità è rimasto come sospeso fra sé e "se".
Viaggiavo in giornata, il che ha reso a tutto un'atmosfera un po' fuori dal quotidiano, e mentre lasciavo a terra il cielo conosciuto, e vedevo le stelle specchiarsi sulla buia distesa che ha preso il posto del paesaggio diurno, una serie di episodi hanno preso posto negli spazi sorvolati. Figure che si muovevano a Lucca, più in là, verso Firenze, sul lago di Bracciano. Su tutta la vita.
Dice, Tulku Urgyen Rimpoche che tutti coloro che incontriamo sono stati nostro padre e nostra madre. Così di comportarci con ciascuno col rispetto e l'amore che gli dobbiamo.
in questo viaggio nel tempo ho visto ciascuno diventarmi come figlio, viceversa, dopo il processo contrario. La vita intera ha perso la solitudine dell'IO in una sconfinatezza più devastante, ma di una rarefatta ed intensa bellezza.
Lassù, in mezzo alle stelle del cielo e della terra, che erano come fiamme di luce delle vite che ho sfiorato, una volta ancora s'è aperto il fiore del mio cuore. Ho amato piangendo, ed ho creduto in dio.

Grazie, a tutti voi.


il libro è "la moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo". Su Wikipedia è raccontato anche troppo, quindi se vi incuriosisse, non leggete la trama!

venerdì, agosto 6

La libertà che vorremmo… (un po'st seriamente)

DALLA LIBERTÀ DI ESSERE, LA LIBERTÀ DI PAROLA

L’argomento “libertà” ha molteplici implicazioni (e complicazioni) e può, e dovrebbe, sfociare in una qualche riflessione sul libero arbitrio per concludersi degnamente, ma non è mia intenzione andare tanto in là.
Il significato letterale considera la libertà come una possibilità di autonomia, l’assenza di obblighi e costrizioni. E tanti anelano alla libertà, ritenendo trattarsi “semplicemente” di non avere impegni da rispettare, o persone ai cui comandi dover sottostare.
Benissimo; quanti di noi possono sostenere di essere davvero liberi?
L’uomo deve, per necessità, magiare, vestirsi, avere un tetto; è  libero? Finchè, per sua scelta, lavora abbastanza da soddisfare le proprie esigenze direi di si.
Il raggiungimento dei beni primari, non rende effettivamente schiavi, in quanto fa parte della condizione del vivere ed eventualmente del vivere all’interno di una società. L’uomo, forse,  diventa schiavo nel momento in cui comincia ad inseguire il “sempre di più”; quando non gli basta più il necessario, ma va oltre il bisogno.
E una madre, che per dovere verso i figli invece di passeggiare e andare dall’estetista torna a casa a preparare il pranzo, accudisce la prole, il marito?  La riflessione è la stessa: è libera nella misura in cui è cosciente di agire per propria scelta, e non “danneggia” la propria essenza con un obbligo “morale”, sentito come imposizione. 





Diamo per assunto che la mente libera dal condizionamento può scoprire qualunque verità.

Cosa è il condizionamento? Sono tutti i doveri che ci imponiamo nel momento in cui seguiamo una credenza, dei modelli di comportamento, un partito... e non ci permettiamo di agire con la mente vuota. Creativa.
Il condizionamento sono i desideri... infiniti come il susseguirsi dei pensieri.
Condizionamento è attaccarsi all’impossibilità di cambiare… E’ credere che se sono invidioso, collerico, malinconico ecc. non possa essere altrimenti;  è credere che la paura sia una scusa valida per non agire.
E cosa è la paura? dove sta, “chi” la prova, dove mi porta, da cosa origina, che cosa mi impedisce di fare? Questo, forse, dovremmo chiederci.
La risposta, come il fiore dei sette colori che cresce nel nostro giardino, è solo in sé stessi.

Nella libertà, però, è la Conoscenza…
Quindi per averla, o meglio per essere liberi, per prima cosa occorrerebbe indagare le nostre schiavitù… e sacrificarle! Occorre essere in grado di affrontare la solitudine, la propria vacuità (vederci vuoti, piccoli, inutili), e per farlo occorre attenzione; l'attenzione ci permette di essere completamente in noi stessi in modo da esperire, attraverso il sentimento, l’avvicendarsi di amore, odio, attaccamento, desiderio, e la loro stessa inconsistenza. Possiamo gioire e soffrire, senza rimanere attaccati a queste vitali esperienze, senza conservarne per sempre la memoria;  cosa che ci impedisce di vivere le nuove esperienze in modo libero.

Se senza libertà non c’è felicità… lasciatemelo dire, non c'è nemmeno sofferenza… Il dolore provato nel parto, dal dentista, quando ci rompiamo un osso, non resta per sempre. Resta il ricordo di avere sofferto, ma non il dolore in sé. Se non ci si attacca al fatto di soffrire “e basta”, ma si esamina la sofferenza (dove sta, cosa mi sta facendo, che sensazione mi scatena oggi) si può anche recepire il messaggio che il corpo offre attraverso di essa… oggi!
Non ieri, quando già c’era, o domani, per l’idea che tornerà.
Se indago, nel  momento in cui la causa balena innanzi agli occhi la sofferenza scompare. E con essa scompare la schiavitù che comporta.
Occorre però avere il coraggio di sacrificare l’attaccamento a condizioni passate. 



Elemento essenziale della libertà, è quindi la consapevolezza.
(Banalmente, per esempio, delle conseguenze che scateniamo con un atto ce lo fa compiere fino in fondo, bene o male che venga giudicato dalla morale).
Se sono consapevole di ciascun gesto, perché non ho il bagaglio della memoria a filtrarne il compimento[1] divento disciplinato[2], ordinato.
Non è libero chi ritiene di poter fare ciò che vuole, a dispetto del danno o bene causato agli altri; la nostra libertà non finisce dove inizia quella dell’altro. Finisce dove noi mettiamo un freno perché ci accorgiamo di non esser conformi alla legge suprema, che conosciamo in noi stessi, attraverso la disciplina e l’ordine. Da qui si può partire per indagare la libertà, la cui conoscenza ci apre le porte della Sapienza.
 Dall’ordine scaturisce la bellezza. E la bellezza e l’armonia sono indice, lo sostiene anche la fisica, di ciò che è vero[3]. Per questo “è necessario sentirsi liberi non alla fine, ma all’inizio. Nessun sistema di meditazione, nessuna medicina, nessun espediente psicologico vi darà la libertà” (J.Krishnamurti).
E, posto di raggiungerla cosa ne facciamo di questa libertà?
L’uomo libero è in grado di amare. E di essere felice.
Tuttavia “Non c’è felicità senza libertà, non c’è libertà senza coraggio” (Pericle).
Coraggio, perché essere liberi è essere veramente soli; non possiamo attaccarci più a niente. Siamo noi, nell’universo e nessuno ci può salvare! Ma quando siamo in questo stato di “essere liberi” conquistiamo la libertà di parola, di azione.
 Quando si ha coscienza di sé, quando non si ha timore di “sentire le verità che hai dette trasformate dai cattivi per trarre in inganno gli ingenui”(R. Kipling), quando non si ha timore dell’altrui giudizio, perché noi stessi siamo in grado di non giudicarci, ma agiamo con la “fede” e l’animo limpido, nella coscienza di fare il meglio possibile per noi in quel momento, allora siamo anche liberi di parlare. Nessuna democrazia ci da questo, dobbiamo conquistarlo. “Esiste una libertà che non è da qualcosa, ma è uno stato dell’essere liberi”, prima di tutto, in noi stessi. Da noi stessi. Di noi stessi. Questo è davvero eroico!

La libertà si raggiunge con consapevolezza, con il lasciare gli attaccamenti fra cui i giudizi, la memoria. Questo ci da la conoscenza delle leggi dell’universo[4], della Volontà, per cui l’ego smette di combattere e resiste solo quell’essenza che ci fa fare esperienza come Opera necessaria all’Essere che si conosce.
È libero chi conosce di essere parte del tutto, per cui ciascuna azione viene messa a servizio di tutto, perché questo è se stessi! E non c’è in questo obbligo o dolore.
Libero sei tu che, con già udite e chiare parole, sacrificando l’ego per la salute del popolo, puoi senza paura, perché é rimosso ogni attaccamento, risolutamente esclamare: “sia fatta non la mia, ma la Tua volontà”.

 “La vita e la morte sono condizioni temporanee ma la libertà dura per sempre”.



                                   



[1]  Non sto parlando ovviamente di quella parte di memoria che è esperienza di vita quotidiana! Come per esempio il fatto che il fuoco bruci ecc.
[2] La disciplina data dall’ordine, dalla conoscenza di sé, è una disciplina legata alla più alta regola, che è la legge armonica dell’universo.
[3] Una teoria elegante in genere è vera.
[4] Quando siamo liberi c’è apprendimento (Disciplina viene da discepolo, che viene da Disco “io apprendo”; discepolo è colui che apprende), c’è conoscenza, c’è ascolto.

lunedì, maggio 10

Meditazione

Cerco di svuotare dalle sensazioni il corpo.. ma tornano, prepotenti invasori, come i pensieri. O come pensieri.
Come i pensieri dopo il primo risveglio silenzioso, quello che vorrebbe essere lo stato di sempre, si accalcano. M'infilo l'abito dell'osservatore, della loro percezione. Mi infilo nel turbine, come se... come se potessi arrivare solo qui.

Solo a questo limite che scorgo ora.

Ed ecco. Il corpo è un guscio, dentro cui c'è qualcosa che guarda. In alcuni tratti il guscio è più spesso. Sulla spalla sinistra, per esempio.
A tratti pare come forato. Il foro è un punto in cui l'esterno e l'interno coincidono, comunicano. Iniziano qualcos'altro.
E qui, solo qualche ombra si muove, ora.
E' come se in questo involucro, in cui è notte, ci fossero delle luminose ali di falena.

fine del tempo.

venerdì, dicembre 11

Cercando





Sovente soffre il corpo mio più denso
l’assenza del fisico contatto
una mano che sfiori la mia pelle,
un altro che mi sia rifugio, anfratto.
La mente, solerte sua guardiana

tenta di ricondurlo alla ragione,
mostrandogli la via, sì meno piana
che dei vincoli rompe la prigione.
Sussurra con arguzia l’intelletto

che altrove, intoccabile ma eterno
vi sia dell’Indiviso l’ampio spettro
vuoto d’amore, che annulla questo inferno…


dedicata ad Antonella 





sabato, luglio 18

Desiderio e visione

Ah, per un attimo potessi stare
completamente dentro alle persone!
sentire tutto, diffondermi nell’aere
essere assieme il loro vuoto e il loro pieno!
Quale amor sarebbe allora, questo mio,
che adesso è un seme piccolo e insolente
e gioca a rimpiattino nel mio io
lasciando intravedersi poco, o niente.

Si, se potessi versarmi in una coppa
amore mio, amori miei, potreste bere
e se apparisse terminato il contenuto
ancora rimarrei, sarei il bicchiere.

Ecco lo vedo, d’argilla sembra al tatto,
io son la terra e la mano che l’ha fatto!
l’ambrato liquido che a guardar bene
lo vedi, fatto s’è come un vapore
e non lo tengo più, voglio arrischiare
di fissarlo, e restar poi nel tutto immerso ...
Mi brucia! scalda! Fa luce! liberando
l’amor se stesso, il prigioniero dell’inferno.

Poi si tace, e posso stare un poco,
perfettamente, dentro alle persone.
Sono la vita, tutto il grande gioco,
e rido, con tal gioia pel sentore
della cascata che mi sgorga dentro
Si spande. Un brivido. E muoio ogni momento.

Non uno più dell’altro, niuno e tutti
son presi in questa danza, e non la fermo
immobile percuoto il fuori e il dentro
ed amo. Un solo attimo. In eterno.

venerdì, marzo 13

"Perfetto"



Dite che al mondo nessun’essere è perfetto?

D’accordo, voglio crederci, e prendermi un difetto.

Però che questa cosa sia fatta seriamente,

sia! uno debbo averne, ma uno solamente.

E, ponderando, io sceglierei Lussuria

Che l’atto d’accoppiarsi, e procreare?,

è il modo più esaltante che si trovi

per compiere un peccato capitale.


Va bene, mi piace, però sembra

vedendola ‘sì tanto da vicino,

che dall’avidità non si disgiunga,

così già sono due, sul mio cammino.

L’effimera ricerca del piacere,

Sia esso di spirito o carnale,

alla brama d’avere s’accompagna

poiché, chi va cercando possedere

di tante cose, tutte, mi par ovvio

che poi le voglia pure trattenere.


Così si fa anche avaro chi pretende

d’avere cibo, sesso e conoscenze,

mischiati come fosser cosa sola

come avarizia e lussuria…con la gola.

E poi, d’invidia sarà privo

un uomo così pieno, un falso vivo?

Ormai come possiamo ritenere

Che questi possa avere un po’ di tempo

per altro che non sia abitare

Un qualche difetto ogni momento?


L’ego, già pieno a tal maniera

vedutosi si grande e possidente

presumerà pur d’essere nel giusto,

d’orgoglio gonfiandosi sovente.

E credo di non sbagliare troppo

nel dire, raggiunto questo punto

che l’ira non possa più mancare

ad uno, che già s’è preso tutto.


La riterrà sua forza di difesa

scagliandosi su chi gli rechi offesa;

magari su quei, come chi scrive,

che trovano difficile pensare

che quando si riesca ad infilare

i difetti, come splendido monile,

come detti, ad uno ad uno, allor non manchi

la “virtù” di esser nati stanchi!

Poca assai sarà la voglia di cambiare

In chi, vedendosi siffatto

Si trovi già perfetto (o troppo brutto?)

Ed oblii che non tutto È ciò che appare.


Dunque la pigrizia, non da sola,

rimane da osservare poiché segue,

e quando non ultima permane,

li tira seco tutti, e li precede!


Ed eccoci osservando non mi sembra

Che solamente uno m’appartenga!

Al patto che pria si proponeva

m’accorgo ch’è impossibil tener fede;

ciascuno in me come ombra scorgo,

e l’animo incupisce, ma non cede

‘ché infondo più di tutti questi assieme

mi sembra sia l’assenza di qualcosa

un filo che traspare, ma non viene

e mancando nell’uomo gli impedisce

di essere perfetto come l’Uno

cui tende, ma di rado si riunisce.


O almeno non può coscientemente

fintanto che l’animo s’adombra

e si ripara dalla chiara luce

coi difetti facendosi una fronda.

Si svolge l’idea che ponevamo

c’è un filo, che slega e poi riunisce

che mi par più saggio da seguire:

la virtù, che i difetti riassopisce.

Ed è una che già tanto ho cantato,

poiché nell’espandersi nell’uomo

misericordia e giustizia ha in sè sommato

saggezza e forza, umiltà e perdono.


L’uomo parco di parole quando anela

Al silenzio dell’io, che grida sempre

L’ha chiamata in mille ed altri modi

Ma uno è il nome, che dice tutto e niente;

ed è quello che stento a pronunciare...

E sia, la virtù e il filo, sono Amare.

sabato, novembre 15

A mio fratello





Eh, s'era preoccupato!(mio fratello)
Lo ammetto, a volte sono di humor nero.
Ma fare testamento è un modo per prepararsi, anche se non si vuole necessariamente (di)partire.
Ammetto che di solito, prima di lunghi viaggi in aereo ne lascio almeno uno a casa, perchè non si sa mai. Fa parte della vita, preoccuparsi del dopo-morte.
è un'affermazione di vita. è l'affemare che avremo ancora qualcosa da dire, quando dopo non ce ne importerà più niente. Ed è un pensiero gentile per chie resta, anche se a volte, come si diceva, gli eredi non sono proprio d'accordo con le ultime volontà del defunto (è capitato ad una mia amica, che purtroppo, dopo la morte della madre, è in lite con i frateli che contestano le ultime volontà ).
Ma è meglio, come si dice, lasciare tutto in ordine.
Mmm, no. Non credo che vi dirò il codice del bancomat... per quello vi dovrete arrangiare!

mercoledì, ottobre 8

Politicamente (s)corretto

Beh, ammettiamolo, quando passi un periodo (fortunatamente) temporaneo come "diversamente abile", ti senti un handicappato.
Non sei più sfavorito nella statura, ma 'tappo'; non hai il fisico da modella: sei anoressica. Smettono di dire che "sembri un papa". ma questo non è necessariamente triste.
Nel tempo degli spaventapasseri, nel fantastico mondo di Oz(io), padre di tanti mostri partoriti dalla ragione, essere senza cervello ha il suo indubbio vantaggio. Si può non parlare o parlare di niente, riferirsi solo a se stessi, colmi dall'egocentrismo che si giustifica solo ai malati. Meglio, diceva qualcuno, non avere un cervello, che usarlo male.
La pausa durerà poco ancora, credo. Poi dovrò riattivare le grige cellule e sembrare intelligente, mostrare più pregi che difetti e sorridere tutte le mattine cinquanta volte tentando di tirar fuori altre persone dalla gabbia dell'handicap. Si perchè qualcuno diceva che questa parola è scorretta, ma crediamo che fosse, poverino, svantaggiato nell'uso del cervello.
Handicap è un termine inglese, riferito a corsa ippica in cui i partecipanti partono con differenti pesi o a differenti distanze . In senso figurato indica uno svantaggio. Non è un termine offensivo. Casomai significa che prima sei stato bravo, più bravo degli altri. Per chi non crede nella reincarnazione (che fa dell'handicap una sorta di scotto da pagare, in modo semplicistico) dovrebbe restare la grande consolazione di quel "Dio manda le prove più grandi ai figli che ama di più".
Cavoli! e se non ci avesse amati?
Ecco che torno e chiudo, sullo stare come un papa: mi sembra bene eliminare l'espressione, sostituendola con quella, mai troppo abusata, di 'persona che ha dei problemi insormontabili a cui pensare e risolve le cose con dogmi e frasi fatte". Non è una bella condizione, no?
La prossima volta che doveste vedere qualcuno stare benissimo, o molto meglio del solito, ditegli soltanto che lo vedete così. Non provate a farlo sembrare qualcos'altro.