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mercoledì, agosto 26

Gli angoli senza spigoli

C'è un angolo di felicità (ora e qui) nel mio cuore quando smetto di contare i problemi, e spunto le cose, i movimenti, i sogni che stanno andando bene. Mi
o padre che sta meglio, mia madre più serena, i compromessi con la vita come comprare una seconda macchina se non si può cambiare casa, che Freddy e Nua hanno accettato per sorridere di più.

C'è un angolo di felicità  (ora e qui) nel mio cuore, quando vedo il volto innocente di Isa, quel ridere per ridere, le tristezze di un pianto devastante che non si fanno mai malinconie, l'irresistibile tenerezza della scoperta, quando negli occhi brilla la fiamma della conquista: raggiungere l'oggetto sulla sedia, sentirne il rumore quando cade, entrare di corsa in bagno gatonando, perchè ma-ma-ma-ma-ma ha lasciato la porta aperta, o il discutere con la porta chiusa dietro pa-pà-pa-pà.

C'è un angolo di felicità  (ora e qui) nel mio cuore, dove sono appoggiati i ricordi di quando arrivavo tardi al lavoro per scriverti dei momenti indimebticati, in cui ti ho pensato scattando foto, o appuntando parole sulla giacca per raccontarteli. E' l'angolo quello più in ombra, appena scuro, perchè il ricordo sbiadisce ma rimane la sensazione che si vive ora. La sensazione che si vive qui. E quella, solo quella da luce, perchè il cuore è tornato morbido, e gli angoli sembrano senza spigoli duri.

C'è un angolo ancora, ora e qui, nel mio cuore; è quello dove mi sposto ogni volta a guardare, badando che non sia mai lo stesso.  Cambio punto di vista, ed è sempre in questo che riesco a trovare le piccole gioie dimenticate, ricordando di gioire per le altre mille piccole cose che, alla fine dei conti, fanno felice l'anima. 

C'è un angolo di gioia, nel mio cuore. Qui, dove tutte le porte sono spalancate per  lasciar uscire la tempesta che ha tagliato i bordi,  e cambiato le geografie delle sue camere...
Dove tutte le porte sono spalancate, per uscire tutti, soprattutto chi non vuole restare in questo posto senza spazi chiusi, dove nessuno, tanto meno io, vi è prigioniero.  
E c'è sempre un angolo, dove fare arrivare di nuovo il vento. 


mercoledì, maggio 16

Una collana d'ambra

La ragazza con il seme in testa, mi ha regalato una collana di sangue di conifera; solido come ossa della terra, l'ambrato recinto che ora mi protegge il petto è leggero come le mie ossa cave di uccellino, e lega gli elementi in una densità magica, che ad indossarla con convinzione si può credere anche che possa fare un miracolo: fuoco emerso dalla terra, salito nel legno, liquefatto come l'acqua fuoriesce e cristallizza lo spirito essenziale. C'è tutto l'universo dentro ciascuna goccia.

E il filo che tiene insieme questo racconto, mentre mi muovo riconta le gemme, così per non distrarre troppo Dio, cerco di spostarmi lentamente,  in armonia con il suo respiro mentre tentiamo di far dissolvere il seme, farne esplodere le emozioni che racchiude e dargli la possibilità di diventare un fiore.
La sua corolla è già stata disegnata dalle mani che le han frugato dentro; è quella linea, tracciato sentiero fra i capelli caduti, che diciamo talvolta essere la sua corona di regina, talaltra il ferro di cavallo che le porterà fortuna da qui in poi. Per non suscitar l'invidia della gente, a volte lo copre ma il cappello, lo so, le va così stretto, che vorrei metterci una piuma, per renderlo più leggero.

 Ma per non cadere, non posso strappare le piume delle mie ricresciute ali, così provo con lei a ri-insegnare il volo alla farfalla  incastonata fra il tempo di una vita che le è morta tra le braccia anni fa, e le parete che delimita lo spazio che non si concede e non si trova, in cui sto, con lei, seguendo il ritmo delle parole; attenta e lieve come un astronauta osservo l'espansione cosmica volteggiando incantata.
Non so se sia per l'uomo che ha perso, che le è rimasto nel pensiero destro e non si muove da lì, come il suo braccio, ma l'immoto arto sinistro sembra rappresentare il peso della perdita, di qualunque morte e dolore che non se ne vanno;  se ne stava fermo, talmente calato nella parte, che abbiam dovuto indurlo a riprovare a vivere facendone recitare la parte attiva al destro, agile dentro lo specchio.

Quando il braccio ha iniziato a riconoscersi, per prima cosa ha cercato di avvicinarsi al cuore, che ancora non raggiunge, ma Lila e la ragazza hanno pensato che quando ci riuscirà, il cerchio sarà chiuso, e la vita riprenderà a scorrere, svelata dietro alle lacrime che, accumulate, offuscano quegli occhi verdi. Verdi come il mare, così appropriatamente salati che osservando le maree e bagnandosi appena le mani, Lila prega che il suo pollice cambi colore, e faccia germogliare il legno di questo giardino.
Che faccia uscire le ultime stille di passato, per rendere quel recinto che si forma con la mano sul cuore,  una collana d'alloro per la ragazza eroica.
Ci salutiamo con questo pensiero, e chiamando la volontà fortuna, sperando che arrivi.
Io metto il cappello, per via del vento, lei i capelli, per via del ferro di cavallo.


sabato, aprile 7

Rami d giuda

Raccolgo le mie cose; con un lieve tremito; iniziando dal rimettere in piedi e allo specchio, quelle quattro ossa che s'erano tenute insieme sulla direzione apparente del legame che tessevamo fra noi; adesso tendono di nuovo a fuggire una dall'altra.

Riesco ad imprimergli un moto centripeto attraverso un esercizio attento di ricordi, che le richiami verso il cuore, come quando nascevo, quella prima volta. E che restituisca al mio cuore amnesico, i motivi della fuga; l così da consentirgli d'andarsene di nuovo via da me per farsi più grande, senza fracassarsi come un bicchiere a terra, che lascia vino o sangue sparsi senza soluzione.

Riesco ad imprimergli un moto centrifugo meno lacerante, con dei piccoli trattenimenti di fiato mentre in espirazione, seguo il timido vagare degli occhi verso altri spazi, oltre il tavolo verso un altro viso, alla ricerca della via di uscita dal cunicolo che separa la porta sorpassata, dalla prossima aperta. Ipotesi di verde sulle colline, di grotte inesplorate, del roco sussurro del mare sui piedi.

Riesco ad imprimergli un moto centrifugo con un lieve punto di dolore, una pizzicata, mentre mi pettino i capelli per uscire allontanandoli dalla testa dove si erano arruffati in attesa di un soffio appassionante che non è mai tornato. I capelli sai, non li scompiglia il vento. Se no, come ti spieghi quelle volte che sono restati in ordine nel fortunale? I capelli giocano con le alitate impreviste, con quello scherzo di maestrale o di caldo scirocco, allenati ai balzi traditori di una piega rigida che non mi appartiene, dall'arrotolarseli alle dita o dal nascondersi dietro un orecchino; scivolo nel ponentino aspettandomi che si ingarbuglino di nuovo per giocare come quando sono felice; e oggi che li pensavo vergognosamente lisci e allineati, stanno già di nuovo accoccolandosi verso il capo, per tentare un salto laterale, che mi lasci almeno una carezza di emozione.

Riesco a calibrare i moti riaprendo la porta della mia casa dove non ci sono inferriate per canarini e le finestre sono sempre aperte perchè il vento suggerisca giochi ai capelli, ci sei stato, una volta, ma quel che vi resta di te è quel che ho inventato da mangiare insieme, e tu non sei più tornato ad assaggiare il riso.
Abbiamo lasciato al ristorante, piegato in un tovagliolo inamidato, l'ultimo saluto, ma almeno, mi dico, non devo lavare i piatti.

Contemplo un'ultima volta la nostra casa costruita male, con i muri nelle stanze, e senza vento, e mi infilo una giacca per andare coprendomi il collo perché il caldo ne dissipi i nodi, e lasciandomi senza cappello.
Getto le ultime parole, calandole dalle tasche nei cassoni che contengono vetro e pezzi d'anima sporchi di vino, e vado via, accentrata e centrifuga da questo tempo. Sperando di cogliere presto sulle tranquille colline che ho attorno, un un tradimento del verde: rami di giuda!
Un rosa, quasi rosso.








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venerdì, gennaio 13

Il canto degli uccelli


A volte ho errato nel canto degli uccelli,
tessendo tra le lacrime e il sudore
il grido roco dei gabbiani, il volo basso
di storni e rondini prima del temporale,
con le parole arrese e senza scintille:
aneliti a sollevarsi d'un'anina senz'ali.

Le piume scarse si son poi fatte penne,
con cui segnare di nostalgie d'istanti,
del solo esserci, dell'esperirsi in moto;
è il sangue nero l'immutato inchiostro,
che lacera di gioia bianchezze di fogli,
che incide rughe su innocenze d'anima.

Strappati, come a un prato aggredito
i magri resti d'entusiasmi e illusioni,
di rammarico, dolore, stordimento,
versati fuori con o senza rima,
sono rimasta con nudità d'intenti
a contemplare lo spazio del tempo.

E mi ci immergo adesso, sospinti al vuoto
dalla balaustra della mente, la noia, lo sconcerto
e le immaginazioni, che resistono al volo
ed alla permanenza solitaria e avvampante
di sensazioni, morte all'istante che vivono,
ingiudicabili espressioni d'un canto silente.

Di questo trasmutare, immutata costante,
rimane sul fondo una consistenza di sale.

giovedì, ottobre 13

In viaggio... dalla vita in poi

A volte, per cambiare le cose bisogna che tutto resti uguale...
lo so, sto parafrasando, girando il motto a mio favore, ma solo per allacciarmi da qui ad un pensiero che da un poco volevo mettere per iscritto, e che Madama Dorè ha trattato proprio in questi giorni.

Uguale è, qui, equivalente. E' da pensarlo come una osservazione accurata ed equanime del presente e del passato, per riportare le cose in equilibrio, quindi non identiche a se stesse, ma nuove, pur se quel che è stato non si può cambiare.


Mi spiego. L'estate, come ho avuto modo di osservare, ha visto finire delle cose, dei sentimenti, dei pensieri. Tuttavia mi ha lasciato accorgere di una ferita profonda, ancorchè guaribile, si spera. E un giorno mi sono trovata in mano un libro di esercizi dal titolo "Ama te stesso", che mi hanno spinta a indagare l'origine di questo farmi ferire, sempre allo stesso modo, nello stesso punto, con dolore che cresce anzichè diminuire, poichè laddove si è già stati colpiti si finisce con l'avere come un livido permanente. Un piccolo punto su cui sembra che non giunga mai il calore del sole, o di un affetto.

Ebbene, in questa immersione catartica nel ricordo, che ho in parte perduto nei cassetti d'ogni giorno, o forse nascosto e non stirato come i panni che celo nell'armadio (perchè stirare, ammettiamolo, è faticoso... e perchè posseggo un sacco di cose, avendo vissuto molto), mi sono ricordata, appunto, che ciò che era non si cambia. Resta uguale. Se non che nel guardarlo, così non pare. Non lo sappiamo più che cos'era. Sappiamo però, OGGI, ORA, QUI, che cos'è.

Da questo punto si riparte. Questa è la valigia che piace a Lila.
La borsa ormai sempre pronta, per viaggi non necessariamente ai limiti del mondo fisico, ma sicuramente che hanno la necessità di oltrepassare il mondo "psichico" fin qui conosciuto. Che hanno la necessità di andare oltre la mente che mente e si lamenta di cose che hanno avuto la loro ragione d'essere, e la loro inevitabilità quando sono state, ma che ora non hanno più necessità di mantenersi.

A volte, per cambiare tutto, bisogna che tutto resti uguale. 
Come il rumore dei treni, che si allontanano caracollando, allo stesso blando ritmo. Resta la forma, resta il fracasso ritmato del ferro sul ferro, la corrente che li sospinge.
Resta.

Un poco.

Poi, sei tu sul binario vuoto. Con la valigia in mano.

Puoi voltare le spalle, o restare a sperare che torni.
E' una scelta, e sicuramente, farai la migliore possibile.

Lila, adesso, esce da questa stazione, e va a scoprire cosa c'è fuori.




mercoledì, marzo 9

Vento di rivoluzione

  In questi giorni, con molta attenzione ed una certa angoscia, stiamo assistendo a delle mutazioni di cui non si riesce a scorgere il punto di arrivo. Non è solo la primavera che s'avvicina, sul soffio della tramontana; fosse quello non ci preoccuperemmo... 
  E' questa osannata rivoluzione che smuove l'altro lato del mare, quello a sud, dove le passioni sono state sopite nel deserto, ed ora, come fuoco di ceneri sembra iniziare un mutamento. Alla maniera umana, non l'acqua che fa gioire gli alberi con germogli e fiori sempre più vivaci, ma il sangue bagna questa primavera araba. Per la quale ci auguriamo, oltre a una riduzione dei prezzi del carburante, un lieto fine.
  Ci auguriamo che la democrazia, volubile fiore il cui aspetto finora, nelle sabbie della Sirte è un esplosione di garofani rossi in petto ai morti, diventi la spirale amorevole della rosa. O perlomeno, "in attesa di sapere cosa sia" non diventi un paravento di frasche dietro cui si nascondano altri fucili, altre bombe, altri morti su questo lato del mare.

  Non so da che parte stare, e come sempre tifo per quel "che move amore e l'altre stelle", benché l'innata convinzione che mi allontana dall prediche di chiesa, mi faccia pensare che anche l'uomo c'entri qualcosa. Per libera scelta, se non per conquistato Libero Arbitrio.
  Come un giardiniere sceglie i semi da piantare, e cura il suo giardino (o il suo balcone ;-) ), così nel piccolo anche noi possiamo mutare il profumo dell'aria, piantando margherite, garofani o rose.

I garofani comunque, cacciano le zanzare.



"C'è una rivoluzione che dobbiamo fare
se vogliamo sottrarci all'angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni
in cui siamo afferrati.
Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie o le ideologie,
ma con la radicale trasformazione della nostra mente." (J. Krishnamurti)

lunedì, marzo 8

La cornice e il quadro, ricordo di donne


Nell'angolo della stanza, mentre cerco di capire le parole confuse che mi racconta, c'è l'immagine di questa donna. Una cornice, vuota. Racconta l'infinità di percorsi che la mente obnubilata ha percorso e dimenticato, come la strada stessa delle parole che comprende forse, ma non sa rimettere insieme. A volte, quasi casualmente ne esce una risposta coerente... "guarda come mi sono vestita oggi, questo maglione è scuro come il cielo"
"dove l'hai comprato?"
" Da M&Co, lo conosci?" incalzo io, testando il punto di non ritorno; quello dove lei di nuovo mi guarderà interrogativa, o chiuderà gli occhi rendendosi conto che, più oltre di lì, non può. Lo sa. La vedi se tiene gli occhi aperti; la sua mente è come una mosca cieca che sbatte alla ricerca del senso d'uscita, ma le vie neuronali finiscono tutte in un baratro, o in un groviglio di spine.
"Si", sibila lei, interrogativa però. Come quando, cercando di dare un senso alle sue conversazioni biascicate, le do delle risposte universali come "ah" e "davvero", sperando che lei creda che io abbia capito quello che dice. A volte mi guarda, però, quasi irata, come se capisse che non ho afferrato una sola delle parole che non ha pronnunciato ma solo mangiato e confuso, ed esposto come un frammento d'una digestione imperfettta.
Sul muro c'è una sua foto sorridente, sulle pendici di un monte, quando nella cornice c'era il quadro del suo essere presente al mondo.
La voglio ricordare così. oggi. Con la cornice attorno al sorriso.

C'è qualcosa che mi spinge irrefrenabilmente a soccorrere questa donna. I criteri ci sono tutti, così le fisso l'appuntamento già per domani, facendole saltare l'attesa di qualche giorno in genere necessaria ad iniziare il trattamento.
L'eradicazione del seno è ancora più evidente, in quanto l'altro è abbondante, per costituzione e per le tre maternità, di cui l'ultima ha quasi coinciso con l'inizio della malattia. Diagnosi ad un anno dai primi fastidi evidenti, il che, mentre lei racconta, mi fa salire un senso acido in bocca, peggiore di quando esagero col cioccolato. Perfino io avrei saputo cos'era, quel capezzolo rientrato, quell'eczema devastante della mastopatia carcinomatosa. Quando alla fine il dermatologo la manda dal chirurgo dermatologico, e quello dal senologo, e quello dall'oncologo, e questo praticamente quasi subito in sala operatoria, è già quasi troppo tardi. Metastasi al fegato.
Mentre percorro il suo braccio gonfio con il ritmo lento del massaggio le ho già spiegato i rischi che si corrono, e lei li ha accettati con la speranza di stare meglio.
Io ripeto ad ogni pressione quel che mi disse l'oncologo un'altra volta, cioè che forse è meglio una qualità di vita migliore, che qualche giorno in più vissuto male.
Gli occhi di lei sono gli occhi grandi di paura di GiEmme, stessa operazione, ma su entrambi i seni. Quelli di devastante vuoto e impotenza di Giò, infermiera, che sa anche farsi da sola una stima del tempo che rimane.
Quando nelle nostre chiacchere da lettino questa ragazza, di cui la mente non vorrebbe ricordare il nome perchè è una donna morta che cammina (parafrasando un certo film), mi dice che la scintigrafia ha mostrato una metastasi alle vertebre, mi ricordo che ricordarla non mi può fare male, ma rende onore a lei che lotta ancora per trovare la strada per ritornare a casa dai suoi ragazzi ,con un sorriso non devastatato ma sereno, e nessuno le ha dato le mie scarpette rosse...
Tengo di lei un immagine, ma senza cornice. Così che non si possa appendere al muro del dolore che incontro nessuno dei suoi sorrisi veri, che non conosco, ma resti una sua traccia per non dimenticare.

Queste, e molte altre donne che soffrono, si perdono, si lasciano andare via o semplicemente non ritrovano la strada sono dipinte sui muri delle strade del mio ricordo, nei quadri e nelle foto appoggiate sui comò polverosi.
E ci sono molte altre donne, che con coraggio e passione lottano per i propri figli, scacciano il lupo e i mostri sotto al letto, aprono la finestra per far entrare il sole, prendono le difficoltà della vita e le spazzano da est ad ovest, dove muoiono assieme al sole al termine del giorno.

A tutte, a quelle che conosco o no, che leggo e che mi leggono, che cedono o che resistono, che amo e tengo vicino, o che preferirei non incontrare più...
a tutte va il mio augurio per questo giorno, la cui significanza commerciale non dovrebbe coprire l'idea, che come nelle ricorrenze accade, può essere il primo giorno di una nuova magnifica avventura!
A tutte voi... a tutte noi... a volte avvolte in un quadro arrotolato, in una foto incorniciata, in una cornice senza immagine per non turbare i ricordi, o in un ricordo senza cornice per non turbare il quadro...
...buon viaggio!

venerdì, gennaio 15

il guerriero che vide una ragazza



Qualcosa cambierà. Si, perchè bene o male, anche se un intervento di chirurgia rimuove un problema, ma non cura necessariamente la causa per cui questo si presenta, se si mantiene la coscienza vigile qualcosa, di sicuro, cambia.
Oggi il mio animo s'è alzato guerriero; s'è alzato guerriero che ritorna a casa; e a casa è tornato ferito, ma in modo catartico.
Con davanti un infinito tempo per comprendere quello che è successo, per metabolizzare che, io cacciatore, angelo, soldato, con gli alleati che ho cercato una prima battaglia l'ho già vinta.
Il polipo aggrappato al mio utero se ne era andato, lasciando alla mano sorpresa del chirurgo di guerra incaricato di strappare, solo uno spazio da pulire; qualcos'altro da fare, in più.  Una aderenza, un frammento, un'indagine.
Lila s'è alzata stordita e sorridente, come ogni volta che lascia il letto d'ospedale.
Ha guardato lo specchio in cui fino a ieri cercavo gli occhi grandi, con le pupille dilatate, e ha riconosciuto un po' della sua zia adottata; la stessa passione per mangiarsi il lupo. La sua passione per la battaglia senza armatura.
Ma soprattutto ha trovato nello specchio, invecchiata ma non meno forte, la ragazza che stava cercando.

giovedì, gennaio 14

il lutto portato sul cuore (Haiti)


http://download.kataweb.it/mediaweb/image/brand_viaggi/2009/03/27/1238169917675_donneditahiti1891.musedorsayparigi..jpg
             (immagine tratta da  http://viaggi.repubblica.it/multimedia/le-donne-di-gauguin/5322637/1/3)


Adesso i giornalisti correranno, appena i voli aerei saranno possibili o gli elicotteri solcheranno gli spazi tra un'isola e l'altra, a tentare di immortalere il dolore e la sofferenza.
Scatteranno le foto di occhi immensi, con le pupille dilatate fino all'inverosimile nella luce del sole caraibico; occhi che vedo quando un paziente ha paura di morire. Quando ha "un male brutto". Quando subisce un lutto che lo lascia con una sola irrisposta domanda:
e adesso?

Uno, o forse mille pensieri di solidarietà, di com-passione, di amore ed anche, se volete o potete, di aiuto fisico od economico possano giungere a sostegno di questo popolo.
Con l'augurio che lo sciacallaggio emotivo sensibilizzi all'aiuto chi puòdarlo in modo consistente.

Magari i nostri governi, che hanno speso milioni per un vaccino inutile, per rifornire le case farmaceutiche dei soldi persi con l'esaurirsi del "copyright" su certi farmaci. Magari qualcuno di questi giganti; si metterà la mano nel portafoglio e si farà migliore pubblicità di quella che fa il sospetto della subdola manovra attuata in caso della 'suina'.

...

Un drappo nero sventolato è una bandiera di pirati. Questo dolore è portato sul cuore.
Non credo che ci sia altro da dire.

(un link ad Aria, a scopo di percorrere questo laccio nero, fortificando un pensiero con l'altro)

martedì, dicembre 29

limitati a due argomenti: il tempo e la salute della gente!

la salute
Butto giù due pastiglie, come se avessi ancora fame; come se potessero saziare il desiderio che le cose difficili finiscano così. Ogni volta che capitava qualche lieve accidente, o quando il lupo si parava davanti, ho pensato che convenisse tenere altro viaggio, ed ho sempre fatto ricorso all'omeopatia; invece adesso ho delle pasticche tonde piatte ed ingombranti che calano nello stomaco con più frequenza del panettone.

E me ne sto qui ad attendere l'anno nuovo, nel quale ho infilato in busta chiusa un sacco di piccole preghiere, che finiscono tutte in gioia e serenità. e salute, per me e tutti quelli cui voglio bene; lo attendo con una speranza riposta tra i ferri di una sala operatoria, perchè questi fastidi finiscano.

"allora, dottore, sono in cinta?"
"MMM. No, veramente i segni sarebbero diversi".
"Ah, allora ho preso un granchio".
"No, signora, è un polipo".

Ah. Beh, a me il pesce non èmai piaciuto tanto, ma i polipi, quelli fritti assieme agli anelli di totano, quelli si. Ed ora, mi perdonino, cominciano a starmi antipatici anche loro. Mi pare che da qualche parte abbiano anche loro le lische, come le trote, che non si puliscono mai abbastanza bene.
Lo so, non è la fine del mondo (per quella dicono di aspettare il 2012). Non è un lupo vero, ma un lupetto, anche se digrigna i denti e mi ha morso che pare che mi debba uscire dal corpo tutta la vita.
Diciamo che non è proprio il modo in cui si sogna di passare la fine dell'anno; non per questo tuttavia, ci sputerò sopra, a questo povero vecchio che s'allontana a passo di bolero, come se la trecentosessatreesima alba fosse niente.
Lo prendo come esempio. Mi alzo da terra, mi dipingo le unghie di rosso (simbolicamente, lo smalto rosso non mi piace quanto le mantelle o le scarpe di questo colore) e intaglio una decorazione nuova sul viso. Una di quelle mimetiche, tipo un sorriso da tuttoandràbeneche tantoiguaihannodafini', e indosso i vestiti più belli e l'anello di turchese. Un ciondolo nuovo dove c'è pittata la mia foto di guerra (il Bianconiglio) e sono a posto.
Il nemico sta caricando, e con il massimo dell'attenzione m'appresto ad usare la sua forza, non la mia che svapora con un niente, per abbatterlo.

Sto così, in piedi accanto al fiume, ad attendere l'anno nuovo, ritta come un eroe da tregenda, con tanto di capelli in piega e rimmel come monito a non piangere, per non sporcare le decorazioni di guerra.


 (....il tempo) 
Peccato che si sia messo a piovere.

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venerdì, settembre 18

chi ha paura del burkini (2)

per tempo

"perdono mio marito. forse ha sbagliato Sanaa"

forse dovrebbero arrestare anche la madre. La perdoniamo (parafrasando), perchè ha altre figlie. E perchè è una che non si integrerà mai, quindi non sa quello che dice o che fa. E perchè tecnicamente non abbiamo ancora la certezza assoluta della colpevolezza del padre.
Ma lei, la madre, segue un precetto, forse, peggiore di quello che De Andrè cantava nel testamento di Tito. Sconfitto, pessimista, magnifico,De Andrè, che cantava allora parte dei sentimenti confusi di oggi.   Dei sentimenti eternamente confusi, perchè non si può averla su con tutti gli arabi, se quattro (quattrocento, quattromila) talebani ci fanno saltare per aria i ragazzi.
D'accordo o meno, è la guerra, e quello del soldato un mestiere antico quanto il mondo. Non l'unico, non il più bello o sicuro. Ma qualcuno lo fa; io ho un amico che ci parte per queste missioni, e lo mettono in conto.
Gli altri, quelli che restano, sono quelli che poi dicono " era un ragazzo così dolce, con un sorriso generoso, ma timido. Non si può morire così, a vent'anni" (cioè vittima di incidente stradale).
Quello che vogliamo dire con queste parole, e che non si può morire. Non io, né molti di noi siamo in grado di comprendere che invece accade, anche se non comprendiamo come e perchè. Perchè non esiste.
Esiste che oggi, ora, sono ancora vivo. La mia missione non compiuta, qualunque essa sia. L'omeostasi dell'universo mi tiene dalla parte visibile della barricata.

Quello che vogliamo dire, è che non si può morire per mano del padre; per mano della figlia; per mano della Rom che bazzica davanti al pronto soccorso e che ti accoltella se non le dai un euro. E i biscotti non li accetta. E ora una delle mie signore non riuscirà a trattenersi da far l'elemosina a quella davanti al supermarket, per paura che le sbatta in testa una fioriera.

Non credo che siano tutti così, e il contraltare lo fanno i protagonisti italianissimi di altre fantastiche vicende della nera di ogni giorno. 
Quello che vorrei dire, è che la violenza non è un marchio di fabbrica. Che la vera tolleranza è continuare ad accettare chi si vuole integrare, rispettandolo.

Senza lasciarsi prevaricare.
L'uomo che ha ucciso Saana sarà giudicato secondo la nostra legge.
Speriamo che la applichino fino in fondo.








mercoledì, agosto 12

il dolore

il Favoloso Mondo di Amelie
"si però, quella volta... quanto ho sofferto!"
così diceva una mia paziente, non una, ma molte volte. Qualunque fosse l'argomento di conversazione, lei aveva in serbo sempre una storia del genere. Ma il problema reale è che continuava a considerare presenti tutti quei dolori.
"signora, come sta?"
"ah, sapesse, ho tanto sofferto con questa mano..."
"accidenti, mi dispiace. Ma che cosa è successo?"
"eh, quando stavo cucinando l'agnello, a Natale ..." [la conversazione si svolge in estate]
"a Natale?"
"si, a Natale. Improvvisamente ho avuto un crampo e mi è caduta la teglia dalle mani."
"da allora le fa male?"
"beh, no, ma mi ha fatto tanto male."
"si, [dico io] ma ora, oggi, come sta?"

Non c'era molto da fare. Non riusciva a stare nella situazione attuale, e la terapia finì col perfetto recupero fisico, e la sensazione che la signora avrebbe sofferto ancora a lungo, per vecchi dolori che ricordava.

Ora, io vivo con la ferma convinzione che il mondo sia solo un gioco di specchi, sicché quando rilevo il ripetersi di caratteristiche particolari nei miei pazienti, comincio a chiedermi quali aspetti di me essi mi stiano mostrando.

Se quindi li vedo attaccati alla loro malattia, con la scarsa volontà di reagire e guarire, come è successo di recente mi chiedo quali siano gli aspetti di me ancorati ad un qualche tipo di sofferenza. E garantisco che con un minimo di scrupolo, la risposta l'ottengo sempre.
Tuttavia vi è nella faccenda anche l'ancora di salvezza. Quella signora di settanta quattro anni che in una seduta ha imparato tutto quello che suggerivo per muoversi meglio (alla faccia di quelli che a trentotto anni dicono che per loro è tardi per cambiare - è successo!!!), e che si è accorta (basta solo un po' di attenzione a se stessi) che il dolore comincia a non esserci più tutti i giorni.

Il mio cuore gioisce e salta in petto, migra come una rondine in inverno da se stesso...
e torna con nuova consapevolezza, trovandosi fiorito come l'Eden in priamvera; le cose possono sempre cambiare.

Non il passato, si sa. Però, con i dati a disposizione possiamo mutare il corso del presente. Il corso d'essere.

Già, perché siamo come pittori, nei confronti della nostra vita. Artisti e artefici che possono riprodurre istericamente la stessa situazione milioni di volte, anche se con colori o tecniche differenti; oppure possiamo prendere la soluzione di girare lo sguardo, e cimentarci con un nuovo modo d'essere. Che fa un po' paura (abbandonare il dolore è comunque abbandonare una sicurezza) ma che a volte contiene i semi d'un nuovo fiore.

Mi sovvengono i personaggi del Favoloso mondo di Amelie... Quel vecchio pittore con le ossa fragili che continuava a riprodurre lo stesso quadro di Renoir, per esempio.
Non sempre abbiamo una Amelie che viene a cambiare le cose... Ma come lei, possiamo provare a vedere se, agendo in modo leggermente diverso con il mondo, esso si modifica!

Poi, un giorno, tornando a casa dopo il lungo viaggio, scopriremo il fiore dai sette colori proprio dentro al nostro giardino.
Guardo.

E il dolore non è più nemmeno un ricordo.

domenica, luglio 26

tienimi, se vuoi, appena annodata
a te. Con un filo sottile,
un lungo, lento lacciolo
che mi permetta uno scarto di lato,
di assecondare la corrente,
un movimento come libero.
Libero di tornare,
perché il filo mi insegna la strada.

Non lasciarmi, se puoi.
Ecco, io cerco; mi tengo
abbastanza stretta alla tua essenza
l'ombra lieve che non interferisce,
ma sopisce il desiderio di fuga
restando, come sponda di mare.
Come stelle nascoste dal sole.
Il porto che sai esserci,
appena oltre l'orizzonte.

E, se non vuoi essere la terra
dove tornare, madida d'ebrezza,
torna come vento sotto le mie ali,
una compresenza nel volo senza fede
che mi spinge,
andata e ritorno, nel vivere.
Nessun filo sarà più forte del tuo sospiro,
che sarà il volo e sarà portato in volo.

Non lasciarmi, troppo a lungo
credere che tu m'abbia lasciata.

mercoledì, giugno 17

anniversario

Abbiamo lo stesso anniversario, io e mio fratello. Solo che lui è più grande, quindi è caduto per primo.
A distanza di un anno, ed oggi per me è passato un anno.
Ho visto le strade della Sicilia, nel frattempo; ho ritrovato la mia amica, ho scritto ed ho scritto a lungo, ho scattato foto, ricominciato a correre, a muovermi, a camminare.

Ho giaciuto a lungo, ho mangiato poco, ho pianto. Ho chiamato per prima cosa i pazienti per avvisare che non sarei arrivata. Mi sono messa da sola sulla barella.
Sono nata sull'asfalto.

.... e il gatto della Velaia, la padrona di casa, oggi è caduta dal terzo piano.
Anche lei alla fine si rialzerà da quel ventre all'apparenza piatto, che ci priva del respiro della terra se non riusciamo a percepire oltre la patina di asfalto, che ci abbiamo imburrato sopra. Che sembra solida, ma in questi giorni afosi e bollenti si squaglia e si dilata, lasciando traspirare le emozioni dal sottosuolo.
Così scendo nel cuore, e adesso voglio solo stare e sentire tutto il dolore.

La 'reminiscenza'.
Tutto il dolore.
Quello fisico, secco, improvviso. Lacerato prima della sua persistenza in quell' "oh, s'è rotto qualcosa", lo sprazzo lucido prima che il mondo di ieri si chiudesse, e aprissi gli occhi sulla gente che radunata a guardare.
Era la premessa ad una nuova storia. Lo sapevo.
Chissà se c'era tanta gente anche la prima volta.
Ma intanto adesso ho il vantaggio di poter già osservarne i protagonisti mutare; prendono una parte delle idee del creatore, e svolgono la trama a piacere. Mutando i caratteri iniziali.
Indisciplinati e sorprendenti.

Inizialmente è stato solo dolore. Per ore.
Fisico.
Morale. Perché la colpa certamente era anche mia. Del calo d'attenzione, della fretta, che non mi prende più le viscere allo stesso modo. La vedo, ora, che arriva. E lascio che sia il ritardo, l'incertezza; lascio anche perdere a volte.

Solo dolore.

Cosa facva male? avrei voluto chiamare i miei, e sapevo che era meglio non farlo. Il mio amico eccezionale era con me. Mi ha visto piangere, anche se non potevo dire che tante di quelle lacrime non c'entravano con il dolore.
Sono venute fuori insieme alla gioia di sapermi ancora nella possibilità di tornare come prima.
A grappoli.
Tonde e nere.
Gemevo già l'assenza della luce: non riuscivo a sentirla più addosso. Nei corridoi di pronto soccorso non ci sono finestre. E la luce del neon toglie la vita dalle cose.
Rende tutto freddo e distante.
Quando guardi dalla parte del medico le cose devono essere così, o non vivi più.

Solo dolore.

Ora è andato via anche il ricordo fisico, che con prepotenza oggi, per un attimo è tornato esattamente com'era.

Rimane un emozione sottile che si dipana dal'angolo della via; un aria che gira verso casa, sale tra i denti come fossero le scale e infla la porta delle labbra e si riposa nel sorriso.
Che oggi compie un anno. E prova a levare uno sguardo innocente sul futuro.

(senza dimenticare Muddrica, infortunata sul selciato di Trapani)

sabato, aprile 11

Don Camillo e Peppone (viva il TG)

Don Camillo: Hai di nuovo messo avanti il tuo sporco orologio?!
Peppone
: Non vorrete mica che si resti in ritardo sulla reazione?
Don Camillo
: La torre segna l'ora solare, il sole non fa politica: il tuo orologio va avanti.
Peppone
: È l'orologio del popolo, se è in ritardo sul popolo tanto peggio per il sole e tutto il suo sistema!
Don Camillo
: Poh, Signore difendetemi, la Terra non gli basta più, vogliono rifare l'Universo. [Ma finito il colloquio si precipita a portare avanti le lancette della torre campanaria]


Don Camillo e Peppone

Una volta c'erano delle certezze; si era certi che la casa fosse un buon investimento per esempio. I fatti smentiscono.
Eravamo certi che sposarsi significasse "per sempre", ma poi è arrivato il divorzio; e i fatti ci hanno smentito ancora.
Eravamo certi che anche i mobili e gli elettrodomestici fossero fatti per durare: la lavatrice di mia nonna per esempio ha vissuto 30 anni; ora invece costa più ripararli, che sostituirli. Anzi costa più chiamare il tecnico, che cambiare una lavastoviglie.
Eravamo certi, tanto per esplorare un luogo comune, che esistessero le mezze stagioni, e diciamocelo, anche quelle intere. Nel 2008, dopo tanto tempo, c'è stato l'autunno: la popolazione, scioccata da tale imprevisto evento, si lamentava che il periodo fosse tanto piovoso... come però ricordo che succedeva una volta. D'inverno, quando ha fatto freddo come di dovere infilando a malincuore la sciarpa sulle braghe di lino e sospettando che l'estate debba durare per sempre, la gente si è lamentata anche di questo. E così via.
Quando abbiamo visto comparire i primi segnali colorati di primavera, abbiamo guardato il calendario, ormai convinti che la fioritura iniziasse a gennaio.
Riposti i cappotti e tirate fuori quelle cosine da mezzo tempo, gli strati di cotone sostituiscono quelli di lana, i sandali appaiono in vetrina... Ma un senso di tremore si è impossessato di noi (e per oggi non parliamo di terremoto, o quasi):

una volta eravamo certi di poter reimpostare l'orologio con l'ora di inizio del telegiornale. O con quel magico orologino che compariva prima o dopo, perché il TG durava trenta minuti, o forse qualcosa di meno. Molte famiglie sedevano a tavola al calcio d'inizio, e al dolce il TG era finito spegnevi la TV, i ragazzi andavano a giocare, e i grandi cominciavano commenti e risate, condite con il caffè.
Ma qualcosa è cambiato... Da qualche tempo la concorrenza tra le reti ha scatenato un fenomeno analogo alla lotta degli orologi del film "il ritorno di Don Camillo", nel quale si arrivava piano piano a perdere la contemporaneità fra l'ora indicata sulla chiesa e sulla casa del popolo, per il buffo (così sembrava) dissidio fra i due meravigliosi personaggi di Guareschi.

Non so su quale canale sia iniziata la faccenda, ma so che un giorno ho acceso la TV, alle 20.00, e il TG era già iniziato. Pensando ad un errore ho subito rimesso a posto l'orologio del VCR e la sveglia in camera. Qualche giorno dopo la cosa si è verificata nuovamente, sintonizzandomi su un'altra rete nazionale. Sistemo di nuovo gli orologi, ivi compreso quello del cellulare, senza recepire ancora niente di anormale, finché non ho iniziato ad osservare che miracolosamente uscivo di casa alle sette e dieci, e arrivavo al lavoro alle sette...
(l'esagerazione è dovere di cronaca... a tema con i giornalisti...)

Iniziando a prestare un po' di attenzione si osservava nell'ordine:
prima un leggero sfasamento... un TG inizia qualche secondo prima delle otto (pm), l'altro trenta secondo prima.
Dopo un po' di tempo l'evento è palese: inizio ore 19.59.
Ma è una gara, per accaparrarsi l'audience suppongo, ed esiste evidentemente l'Handicap per qualche rete locale, che ancora distrattamente inizia alle 20.
L'ora di inizio è ormai affermata alle 19.58, e canalecinque si affretta anche nella pubblicità, quando, a sorpresa, interviene La7: ore 19.57.
Imbattibile? non proprio. Tentando di riprendersi il primato ci riprovano anche le altre reti. Rai1 e canale5 in serata tentano disperatamente di iniziare alla stessa ora, mentre le massaie italiane cercano invano di aggiustare l'inizio delle pratiche culinarie per coordinarsi: non si può arrivare a tavola a TG iniziato, si perdono un sacco di notizie nelle prime organizzazioni...!
Gli outsider, Rete4 e Rai2, risolvono il problema diversamente: il TG4 ormai inizia alle 18.50 (ma credo che stia anticipando), e solo Rai2 resta collocata come un faro alle 20.30; per accattivarsi qualche simpatia in più divide il TG in due parti, ma è un'altra storia.

La nostra, invece, non finisce qui. Complice l'emergenza terremoto, e la fretta di informare il popolo italiano scioccato e morboso come sempre, ieri sera ecco il colpo di scena: La7 dichiara l'inizio alle 19.56.
Credo che vincerà, a meno che non si facciano coincidere i TG con le anticipazioni (che ovviamente una volta erano trasmesse "dieci minuti alle 20", ora non si sa più. A volte le fanno direttamente ad ora di pranzo).

Tralasciamo il fatto che la durata del tg sorpassa anche il tempo del caffè, e quindi qualcuno comincia a mangiare durante il tg3 (che però dura un po' meno ed è alle 19.00, credo in concorrenza col tg4); i più bisognosi di abitudini e sicurezza seguono il tg2 (30 minuti, a meno che non ci sia la partita, allora si accorgono di non avere molto da dire).
E così ora, a seconda del Tg che si guarda, non si sa più di che orientamento politico siamo, ma nascono nuove categorie psicologiche, su cui si potrebbe creare una sorta di oroscopo.

I più saggi, comunque, spengono la TV, e mangiano raccontandosi di sé e riscoprendo la dimensione familiare; oppure masticano felici, in silenzio.


lunedì, aprile 6

Il respiro della terra (2)

Litigo col mio sorriso da scampato pericolo,
e lo ricaccio in gola.
Acuto,
spacca i ventricoli il grido di dolore di coloro che restano...

L'inspirazione della terra
è l'ultimo respiro delle vittime.

sabato, gennaio 17

Le bamboline giapponesi



1- Camminavo per una via, priva di vetrine e semi buia, con le scarpe umide d'una di quelle piogge infinite che flagellano la città eterna, consegnandosi alla memoria come eterne esse stesse; le brevi pause non la percepisci nemmeno più, tanta è la guazza che ti circonda. Ma tant'è, chiudo l'ombrello e alzo il capo, finendo col piede in una pozza torbida. La sorpresa m'arresta con lo sguardo alzato e vedo, a qualche metro di distanza, una bambolina giapponese che cammina verso di me.
Ma si, sembra proprio una statuina a cui qualche dio improvvisato abbia dato le movenze di una donna. I capelli rossi fiammeggianti, legati in due ciocche corte ai lati della testa; il viso è bianco come la carta d'un quaderno nuovo,con due spigoli rossi sugli zigomi e vi spiccano occhi bistrati ed una bocca rosso ciliegia, vagamente stonata rispetto al colore dei capelli. Sono lì, incantata a fissare il naso della bambolina che a questo punto mi è talmente vicina da farmi apparire più finta del suo viso, nella mia immobilità stupefatta.
"Mi scusi, viale Bruno Buozzi?"
Spalanco la bocca ed un moto ondoso mi sommerge il cuore: parla!

Garantisco, sarà stata la fame, o la stanchezza d'un giorno che mi ha grattato la schiena tutto il tempo con un dolore pungente, ma non riuscivo a crederci, che fosse viva.
E l'istante in cui ho osservato il mio mutismo incerto, indecisa se fosse tutto un sogno e mi potessi improvvisamente svegliare fissando il calendario accanto al letto, è stato davvero eterno! In appropriata coordinazione cromatica con la città attorno a me, le rispondo con la voce grigia, striata dalla pioggia dello spavento per quell'innaturale contatto con l'essere animato che avevo davanti.
"Quella lì, la via che va in salita".
Elargisco un sorriso al dio burlone di questo incontro, sperando che la prossima volta la ispiri un po' meglio sul trucco da usare per apparire viva, ma un po' innaturale devo essere sembrata anch'io, perché ha camminato qualche metro oltre, prima di girare e avviarsi nella direzione indicata. Visto che io andavo dalla stessa parte!

2- La donna che ho davanti sul letto è talmente magra che le mie mani, forse grandi oltre la misura consentita, sono troppe per avvolgerle la gamba. Il suo viso ha l'aspetto plasticato che si produce per la troppa abbondanza di crema, o appena prima che questa venga assorbita dai pori della pelle. I suoi rossi naturali incastrati sugli zigomi sporgenti, però, sono legati al fresco che penetra dalla finestra socchiusa, o dal lieve imbarazzo della mente confusa; quando le domando come sta e cosa ha mangiato, si sta appena scostando da tavola, mi risponde che c'erano tanti bambini.
"Ha mangiato i bambini?" testo io, incidendo la superficie d'una sicurezza che ha perso ormai da qualche mese. Infatti, tutto sommato, attende qualche secondo prima di produrre una risposta sconnessa:"un poco più in là..." E si ferma. Sicura che qualcosa non vada, in quello che sta dicendo.
Insomma, la figura una volta elegante, accartocciata nei meandri stretti d'un labirinto che non riesce a valicare, è affetta da Alzheimer.
Qualche volta però il dio burlone delle bamboline smette di confondere le cose vere con i soprammobili, e rianima quelle giuste. Così, mentre le racconto (lei è nata a Milano, e spero di coinvolgerla un po') che progetto di andare a Milano per un week end, si lancia in un coerentissimo "e lei in che rapporti è...". La frase non termina, ma il senso è chiaro. Il dio, un po' distratto evidentemente fa zapping tra la bambolina della strada, che ora sarà in qualche civico di viale Bruno Buozzi e quest'ombra della donna di cultura di cui i libri impolverati sul comiodino suggeriscono la memoria, e custodiscono gli avanzi.
Ma poi si riconcentra (il dio) e lei non mi lascia neppure terminare la spiegazione:
"sa, signora, a Milano abita un mio amico, che ha una casina piccola piccola. Ma ora può ospitarmi, perchè la madre è emigrata in Thailandia..."
"Pratico!" risponde lei.
Per un attimo torna la bambolina immobile, e quasi penso che qualcuno, origliando la conversazione, nascosto dietro la tenda abbia suggerito la parola giusta.

Scoppiamo a ridere, tutte e due.
E per qualche momento le incoerenze della giornata si risolvono, nella risata piena che mi asciuga il cuore intorpidito, e che scuote lei, ritagliandole un piccolo spazio in cui risente coincidere la vita di dentro e quella di fuori.

sabato, gennaio 10

Che partenza sarebbe?

Mi sei mancato, ieri,
e non potevo trovarti
che in quell’angolo del cassetto,
dove hai abbandonato il tuo odore.
Mi sei mancato, ieri,
quando volevo fare a pezzi
tutta la rabbia dei fallimenti,
ma tu eri già andato.


Eri la mia stanza segreta,
il posto stretto, dove nascondere
i frammenti più fragili,
le borse non ancora vuotate.
Avevi la mappa
delle mie infinite solitudini,
sapendo bene quando
potevi riempirle
solo con una tazza di the.
Che solitudine sarebbe altrimenti?

Mi sei mancato, nella sera polverosa,
chiudendo la finestra dei ricordi.
Lo zefiro del tuo, cercava di rientrare
ma l’ho tenuto a bada.
Mi sei mancato, nell’incespicare
d’un giorno che non avrà più fine
e non ti trova in nessun orizzonte.
Ho perso la traccia dei tuoi passi.
Che partenza sarebbe, altrimenti?

sabato, novembre 15

Addio (?) Eluana


L'argomento è difficile, ma inevitabile, perché la vita è l'unico spettacolo che dovremmo guardare fino in fondo. E quando è finito, si spegne.
Anzi, come diceva qualcuno di inevitabile ci sono solo due cose: la morte, e le tasse.
Senza la tecnologia, Eluana sarebbe morta. è Inevitabile. Non si alimenta, non beve, sembra che non possa nemmeno pensare. Quando lo sapeva fare, o almeno quando si poteva esprimere, ha detto che non avrebbe mai voluto vivere questa non-vita. Era allora una creatura con diritto di scegliere. Magari era giovane, e pensava di avere davanti tutta la vita. E lo ha detto così, per sicurezza, come lo posso dire io (anzi, lo dico!).
MA: se ora ha un anima ed "è presente", come dicono le buone suore, non ha forse diritto ancora? E se allora aveva espresso questo sentire, ed ora non è più in grado di farlo, non dovremmo rispettare il suo attestato (testamento biologico)? Come per i morti?
Quando uno muore e muore davvero, a parte che qualcuno comunque ci prova se si sente defraudato ((o nel legittimo sospetto che la persona in questione non fosse più capace di intendere...altra storia)), in genere le sue "ultime volontà" vengono rispettate.
Mi chiedo: Cosa cambia ora? staccare le macchine non significa solo lasciare che lei viva la sua scelta di vita?
A volte teniamo vicine le persone per il nostro egoismo. Ma credo che nessuno di noi possa pensare che il padre di E., che per tanto tempo si è occupato di lei, sia felice di quello che sta facendo. Se crediamo alla legge karmica, e se lui crede in quella cristiana, possiamo anche pensare che sconterà questa decisione. In questa, o in un'altra vita. Come forse io sconterò questa idea. In un modo o nell'altro. Non so come sarebbe, ma pur con un sentimento di paura (che origina nell'amore per la vita) che sostengo che io non vorrei vivere a quel modo.
Le suore, che credono nella legge del loro Dio, quello che ha un figlio preferito (e tutti noi siamo figli adottivi, mi dissero una volta. Beh, da chi ci ha adottati non me lo hanno spiegato, però), credono che si possa continuare a tenerla così. Lasciatela a noi, dicono.
Ecco. Si potrebbe dire: ma si, perché no. Mi tolgo il pensiero, mi tolgo il problema. Al massimo nell'ipotetico Giudizio finale, farò i conti con l'Abbandono, e non con l'Omicidio (del Consenziente??).
"Mi tolgo il pensiero???". Non credo.

Quello che a me sembra, è che a prezzo della propria anima il padre di questa donna (età biologica 37 anni. però non ha potuto lavorare, uscire, ridere, mangiare, toccare... negli ultimi sedici anni. Età, direi, 21 anni) sta cercando di compiere un atto di pietas.
Si conforma al volere degli dei.
L'uomo cerca di essere ad immagine e somiglianza di Dio. Ma Dio non ci fa vivere per forza; quando l'uomo si prende troppa capacità di sopravvivenza gli manda contro una bella pestilenza (TBC, Peste o Aids, l'effetto serra..) e lo ridimensiona.
L'uomo, insiste nel suo programma di perfetta Identità, continua a credere che essere come Dio significhi esistere in eterno E si pone in questo conflitto eterno.
Crede che essere come Dio significhi vivere per sempre... comunque sia.
"Comunque sia???"
Io dico che costoro, non fidano nella Provvidenza divina.

Non so cosa si prova a stare in un letto, all'apparenza senza pensieri, non poter mangiare la torta, non poter parlare, non poter guardare...
So cosa significa stare a letto senza potersi muovere. So cosa significa essere completamente dipendenti dagli altri. Ma finché una scintilla di vita si manifesta, tutto questo ha senso. Penso a Stephen Hawking. A tanti come lui.
Penso a mio cugino Handiccapato grave. Autistico. Confinato su una sedia a rotelle. Che forse non studia le leggi dell'universo, ma esprime in qualche modo fame, sete, emozioni.
Penso a uno dei miei primi pazienti. Coma apallico. 21 anni. Ma ancora, anche lui in qualche modo si relazionava col mondo. Nessuno avrebbe tolto il suo, di sondino.

So, invece, quello che un mio paziente mi raccontò: quando era in coma, lui vedeva e sentiva. Sapeva cosa accadeva fuori, e non poteva fare niente. Ma il suo elettroencefalogramma non era piatto. E quando hanno potuto staccarlo dall'alimentazione assistita (ecc.) ha ripreso le proprie funzioni. Era un ragazzo, giovane come lo ero io allora, ed è tornato alla vita che noi conosciamo.
Non so cosa prova Eluana. E per non saperne niente, so che non vorrei essere al suo posto. Vorrei esser già andata via. Se non ci fossi più.

La differenza la fa la pietas, che ci potrebbe consentire di staccare la macchina, e se lei non vive, se non reagisce, forse farle una o due fiale di morfina e non farla soffrire, mentre se ne va.
La medicina fa passi da gigante, ma questo problema non lo ha ancora risolto. NON riporta in vita i morti. Non ha ancora creato il mostro di Frankenstein. E non penso certo a Frankenstein Junior.

Menre io mi chiedo se sarei in grado di prendere una decisione del genere, per una persona che amo, la bioetica si chiede e ci chiede di dire no, all'accanimento terapeutico. Quando aveva l'emorragia, a Eluana, l'avrebbero lasciata morire. Ed è sopravvissuta.
Questo potrebbe portare a sostenere la tesi contraria a quella che ho espresso fin qui. La vita prende il sopravvento, anche così?

domenica, ottobre 5

Tempo e dolore

S'apre velocemente la finestra, lasciata socchiusa e sospinta, quasi con rabbia dal vento che irrrompe nelle stanza. L'aria si schiaccia contro le pareti, rotola sulla superficie polverosa dei mobili, gratta la luce rendendola più mobile; trapassa la superficie del rumore che ho fatto, un singhiozzo che ha spirato fuori ancora un altro ricordo.
La chiave per effettuare il cambiamento sembra , tuttavia, essere nella lentezza. Nella quiete, che segue al tempestoso arruffarsi di intuizioni, di nuove conquiste, del semplice desiderio che qualcosa riesca a cambiare.
Occorre essere come il vento, che con pazienza incide il suo silenzio e la sua voce addosso alla pelle della terra. Occorre essere la terra. che all'apparenza si fa segnare, conducendo il vento a disegnarle addosso un segno segreto, che le ricorda le origini di sè.
Lentamente.
Il tempo è passato; sembra sempre "troppo in fretta" ma non è esattamente così. Passa lento, ma perde consistenza, con lo scivolare dietro, così come l'aria quando esce dalla stanza, e sembra che non esserci stata mai. La polvere si deposita. La luce torna un serico abbraccio e quel colpo che sembrava aver toccato le pareti si scorge appena, e poi non più.
Allo stesso modo, il dolore, se lo lasciamo andare, lentamente scompare. Quel che resta, semmai, è l'abitudine di dire "quanto ho sofferto", che lo rinvigorisce nel ricordo. C'è stato, e tanto. Ma questa volta sono stata attenta, l'ho vissuto tutto, in un tempo che s'è dilatato con lui fino a scomparire.
La finestra ora resta aperta.