domenica, novembre 15

Continuando ad amare.

Continuerò a cercarti,
nei sassi e nei fili d'erba, nell'oceano e nella goccia,
nel vento e nel respiro, nel fuoco e nella scintilla.
Continuerò a cercarti,
dovessero volerci altri mille baci, mille altri inganni dei sensi,
tenuti accesi, e totalmente persi di te, nei nomi con cui ti chiamavo.
Continuerò a cercarti,
nel pieno e nel vuoto, nel dietro e nel fuori,
nel davanti e nel dentro, nel sopra e nel sotto,
a nord, a sud, ad ovest, ad est.
Nello zenit e nel nadir del mio cuore,
già tre volte creduto uno di due, che si era fatti uno.
Nel mio cuore creduto tuo, del nome con cui ti ho chiamato,
Continuerò a cercarti,
perché non sei mai stato via a lungo, e sei qui, perfino ora
che ti sto errantemente anelando.


Per questo, continuo a cercarTi.
perché ti perdo nella stoltezza del mio desiderio umano
di leggerti in una forma, per poterti toccare.
Ti perdo nella schiavitù del mio desiderio umano,
di percepirti solo con i sensi che riconoscono le cose.
Ti perdo nella povertà del mio desiderio umano
di possederti come un tesoro, per contare di averti.
Ti perdo nella guerra del mio desiderio umano
che credendoti da me separato, lotta per conquistarti.
Ti perdo nel deserto del mio desiderio umano
che se non ti vede intero, crede che tu non sia.
Ti perdo nella bruttezza del mio desiderio umano,
che parla con parole che non hanno spazi e silenzi.
Ti perdo nella morte che è il mio desiderio umano
che si perde nello sconforto, ingannato dal tempo.

Continuo a cercarti.
E nella sapienza di una luce che brilla dietro la pagina,
nel governo dei sovrasensi che spremono l'impercettibile,
nella ricchezza del riconoscere l'oro puro dell'anima
che forma le cose, senza perdersi nella forma che vedo,
nella pace del sentirti dentro ciascun respiro, seppur non mio,
nella fertilità del pensiero che sale fino a rompersi per recepirti,
nella bellezza che è in ogni immagine, prima che se ne faccia cenere,
nella vita che scorre senza fine nella sua fine dal suo principio,
ti troverò.










mercoledì, agosto 26

Gli angoli senza spigoli

C'è un angolo di felicità (ora e qui) nel mio cuore quando smetto di contare i problemi, e spunto le cose, i movimenti, i sogni che stanno andando bene. Mi
o padre che sta meglio, mia madre più serena, i compromessi con la vita come comprare una seconda macchina se non si può cambiare casa, che Freddy e Nua hanno accettato per sorridere di più.

C'è un angolo di felicità  (ora e qui) nel mio cuore, quando vedo il volto innocente di Isa, quel ridere per ridere, le tristezze di un pianto devastante che non si fanno mai malinconie, l'irresistibile tenerezza della scoperta, quando negli occhi brilla la fiamma della conquista: raggiungere l'oggetto sulla sedia, sentirne il rumore quando cade, entrare di corsa in bagno gatonando, perchè ma-ma-ma-ma-ma ha lasciato la porta aperta, o il discutere con la porta chiusa dietro pa-pà-pa-pà.

C'è un angolo di felicità  (ora e qui) nel mio cuore, dove sono appoggiati i ricordi di quando arrivavo tardi al lavoro per scriverti dei momenti indimebticati, in cui ti ho pensato scattando foto, o appuntando parole sulla giacca per raccontarteli. E' l'angolo quello più in ombra, appena scuro, perchè il ricordo sbiadisce ma rimane la sensazione che si vive ora. La sensazione che si vive qui. E quella, solo quella da luce, perchè il cuore è tornato morbido, e gli angoli sembrano senza spigoli duri.

C'è un angolo ancora, ora e qui, nel mio cuore; è quello dove mi sposto ogni volta a guardare, badando che non sia mai lo stesso.  Cambio punto di vista, ed è sempre in questo che riesco a trovare le piccole gioie dimenticate, ricordando di gioire per le altre mille piccole cose che, alla fine dei conti, fanno felice l'anima. 

C'è un angolo di gioia, nel mio cuore. Qui, dove tutte le porte sono spalancate per  lasciar uscire la tempesta che ha tagliato i bordi,  e cambiato le geografie delle sue camere...
Dove tutte le porte sono spalancate, per uscire tutti, soprattutto chi non vuole restare in questo posto senza spazi chiusi, dove nessuno, tanto meno io, vi è prigioniero.  
E c'è sempre un angolo, dove fare arrivare di nuovo il vento. 


domenica, settembre 28

IL VIAGGIO DELLE MERAVIGLIE -part 1 -102 cose da fare nella vita (36-37)


  Il viaggio delle meraviglie (Sicilia 2013), è iniziato così, dietro ai "sassi": quelli di Matera e quelli del cuore. Nascosta bene, sono partita per la Sicilia con una musica malinconica nel cuore, e una chiassosa colonna sonora fuori, per riempire lo spazio fino alla città che mi aveva quasi ossessionato tanto era il suo ricorrere nelle storie degli amici. E sia, mi sono detta, passerò di là. C'è sempre un motivo, per quel che ci accade, e gli eventi che ci accadono li attiriamo noi...ma talvolta solo dopo, o se siamo fortunati durante, ci accorgiamo di quello che possiamo imparare.


  Esco a (lume di) Candela, dal mondo delle autostrade, e mi infilo come un filo di sottotrama nelle strette anse delle deviazioni di campagna, fino a che mi riempio di un senso di esser perduta che non si contorna di ansia e di paure, ma di una allegrezza leggera: come se incedere sia un tornare indietro, cancellando le cose già scritte.





MATERA
  -36: lavorare la prima sera di vacanza per scolpire un nuovo percorso.


  Proprio là, dietro al ristorante che era stata la penultima scelta, s'è fatta l'ultima. Guardando il s'or Fedele in cucina, che spadellava-serviva-prendeva ordinazioni, perdendo i clienti che si stancavano di aspettare troppo a lungo, l'idea m'è sopraggiunta dall'anima mia, (il piccolo cortese suggeritore, sempre pronto a sollevare la valigia a qualcuno in difficoltà): 

"Le serve una mano?", ho sentito dire la voce della mia anima intera-a-metà. 
  Lui, il s'or Fedele, mi guarda come se fossi matta; eppoi, quando mi vede salire per andare a mangiare sulla scala dei "due Sassi" che aggetta sulla piazza dove cerca di soddisfare i pochi clienti seduti a tavolo, mi dice: 
"ma che fai?". 
"Vado a mangiare.. o le serve aiuto?" gli rispondo, io che sono una dei clienti che se ne è andata, e che dopo questo ("e si, dai, dammi una mano!") divento la lavorante di una sera.

  Ecco, il viaggio inizia così.


 












 37- "Vuoi mangiare?" mi chiede ogni tanto, "finiamo quel che abbiamo iniziato"rispondo.
  Il s'or Fedele mi ha "ripagato" con formaggio e vino e frutta, e ancora una cena il giorno dopo, oltre a quel che gli ho lasciato da spazzare da sotto il tavolo del ristorante: tutta la malinconica stanchezza che ancora sembrava starmi sulle spalle.

  Così alleggerita, riprendo il movimento per raggiungerti a Villa San Giovanni, inizialmente senza fretta: io e tutta la mia tecnologia rallentiamo sul brano "I take a letter Maria", quando comprendo che i limiti di velocità sono fatti anche per poter ammirare il paesaggio (e che le piazzole di sosta non sono mai nel posto giusto...per fare una foto).

 38- una sosta non prevista (per un bagno improvvisato)
.... Eppure un punto di sosta lo trovo, e mentre mi fermo per gettarmi nel mare per potermi portar dietro il sale piccante della Calabria, Vecchioni, o forse il cuore mio cantano a Dio, e a te, "guardami, io so amare soltanto come un uomo, guardami, a malapena ti sento e tu sai dove sono". 
  Però sono presente. Sono così presente che lo so benissimo anche io, dove sono.
Epperò... guardami, Dio, che devo essere a Villa entro le 13 e 30, o la rosa di plastica che tengo in macchina appassirà senza essere consegnata. Guardami Dio, ripeto mentre mi lancio sulla Salerno-Reggio Calabria a tutta la velocità consentita dalle curve e dal silenzio che, essendo ormai settembre inoltrato, la precorrono inseguiti dalla radio che canta le mie canzoni preferite, dalla mia voce e dal ricordo di quella volta che cantavamo solo io, mamma e Lo', sulla strada per Granada.

  -39: stavolta sono io che muoio (venire a prenderti, per ri-saperti qua).

  Mentre pigio l'acceleratore sull'ultima uscita, ho di nuovo la sensazione sotto al piede della serpe schiacciata (sopra i Sassi, quelli veri), che m'accresce la baldanza poiché la paura è giunta solo dopo la reazione, e mi risveglia l'attenzione, perché in quel momento ero così distratta da aver dimenticato che i piedi, anche se la testa cerca tra le nuvole l'orizzonte, devono restare sempre saldi a terra.


O, per l'appunto, sull'acceleratore, perché "tutta la storia non vale il tuo bacio di una sera" (R.Vecchioni), e io devo arrivare qui. Ora. 
  Ti trovo grazie ad un papà che, come faceva il mio anni fa, porta il figliolo a fare un giro in moto, nel sole ardente dello stretto di Messina, dove il mare è sempre dentro, e gli uomini chissà, forse per questo, sembrano più liberi.

  Uomini che a Trapani sono marinai di terra fra due mari, qui sono uomini di mare fra due terre. 
Uno strano puzzle, di apparente durezza e diffidenza che si scioglie in una gentilezza comprensiva: forse perché riconoscono nei miei, come li chiamavi tu, "occhi di cielo", quello che ci sta sopra. Infondo, noi lo sappiamo bene, sono la stessa cosa, e qui si toccano.
  Un po' come noi ("io il tuo cuore sulla terra, tu il mio nei cieli"):
  "...and now we standing face to face, isn't this world a crazy place....", ti sussurro, mentre il tempo scompare completamente, come se aver spento il quadrante dell'auto avesse sospeso il conteggio anagrafico, e riportato tutto a quella volta in cui ci siamo incontrati la prima volta. 
  E poi tutto ricorre avanti fino a qui, dove sono io che muoio, e forse è per questo che ricordo tutto così bene. 

  C'è uno spazio sospeso e non ben collocato, mentre volto le spalle alla terra-attaccata-alla-terra, salgo sul traghetto, e vengo rilasciata dal ventre della metallica balena della Tirrenia sull'isola che c'è. 
E qui teatrando Venere che solca la spuma lasciata dalla nave sul mare, raggiungo una nuova interezza dopo l'ennesimo apparente confondersi del dentro e fuori, di me e te, di buio e luce (WaHe GuRu), perché nessuno esiste senza l'altro, 
Rinasco ancora una volta, e inizio un altro viaggio.










venerdì, agosto 29

Cuore a cuore (benarrivata Isabella!)

"Salimmo su el primo ed io secondo,
tanto ch'i vidi delle cose belle
che porta 'l ciel..." (D.Alighieri canto XXXIV)

...Eh si, dice così l'Alighieri, e tu in effetti, fratello mio, per primo sei uscito a questo mondo, e io dietro... e sempre attenta a non perderti di vista, finché non ho iniziato a correre quel tantino più veloce per cercare di mettermi in pari!


 E qualche volta si, ti sono passata accanto, e poi davanti, ma sempre guardandomi attorno per veder dov'eri, che tanto, al traguardo, ci s'arriva insieme quando non si fa a gara, ma si è in gara...
In gara ho detto? (anima dell'anima mia, ma non mi dici niente?),... volevo dire in gioco.
In gioco, 'ché abbiamo sempre giocato assieme, io e te, da quando ne ho ricordo... complici, bisticciando, facendo pace, inseguendoci, abbandonandoci, guardandoci andare, guardandoci tornare, almeno fino al giorno in cui, dopo avermi dato metà della tua vita, hai preso la metà che ti mancava...


Oh! ho iniziato ad amarla da subito, questa sorella che mi hai portato in dono! Così ben combinata col tuo cuore, che insieme ne fate uno "grande più di due". E questo, fratello mio, riempie il mio cuore intero a metà di un allegrezza incontenibile, ogni momento che vi poso un pensiero.

Abbiamo corso ancora, è vero, ma nonostante le apparenze, e il fatto che ad esser "grande" ci abbia pensato prima io..
.



...sei sempre tu il fratellino maggiore!

E stanotte, alle 23e54, sei diventato grande anche tu, accogliendo fra le tue braccia... (lo sai anima mia? mi sa che pensava che non ci fosse abbastanza posto! ma io lo dicevo che aveva le braccia grandi!).. l'altro amore della tua vita: quell'altra metà!
Sai, è proprio così che è: da uno a due, da due a tre, perciò hai tre metà della vita, e in tutto, fratello mio, fanno una vita intera!

Isabella, bella come la Beatrice dantesca, è ora di qua dal muro di fuoco, e non aver paura, che le terrai la mano anche se giungesse un piccolo Nino (o comunque si chiami, maschio o femmina che sia, se verrò, l'altro tuo figlio).
Le terrai la mano nella tua mano grande, quella che ho difeso a calci da piccola, perché lo sai che sono io il guerriero, in famiglia. E come tutti i guerrieri, sono qui a proteggere amando quelli che amo, forte della mia anima mezzaintera (l'anima della mia anima mi tiene sempre le ali ben salde!), e ti terrò lo scudo davanti, spada in pugno, mentre tu terrai la mano alla tua bella amata, e alla tua amata 'Bella.


Oh, si, certo! è anche la mia amata Isabella...
che ci ha insegnato la pazienza dell'attesa, con nove mesi di racconti ascoltati dentro il suo guscetto di noce, piccola come un seme di sesamo e grande come l'universo intero.
Che ci ha insegnato l'allegria della vita che si rinnova, con il suo spingere contro la pancia della mamma, per tenerci al corrente delle sue prime capriole.
Che ci insegna che qualunque cosa possa succedere, l'amore riempie il cuore senza riempirlo mai!

E oggi, che si prende il suo posto nel mondo, io sarò davanti a lei e a voi, fratello mio, lo scudo alzato
e la spada in pugno, ma mi resterà sempre nel cuore un braccio libero per abbracciarvi!
E... se non potremo certo impedirle di sbagliare, se non saremo lì ogni volta che si ferisce un ginocchio, che si arrampica su un albero e non sa scendere come la sua allegra Tatamadrina, che si spalanca il cuore, sono certa che tu e 'Nua sarete pronti con l'ago e filo in mano a rammendarle i bottoni saltati, a carezzarle il viso felice, a sostenerla fino a che, cuore del tuo (e vostro) cuore, prenderà la sua metà della vita, e la riempirà di altre meraviglie che ci racconterà, chissà, magari da un viaggio nello spazio!

Fino ad allora, è sempre oggi e qui. E qui, oggi, fratello e sorella miei, mi unisco alla vostra gioia, e brindo inebriando il cuore, a questa piccola goccia d'oceano che sta riempiendo il mare della nostra esistenza!
Benvenuta nel mondo ... Isabell8issim)a!

(firmato...la tua Tatamadrina, Lila con gli occhi blu)



domenica, maggio 11

battiti di cuore

ti ho mai raccontato del navajo, anima mia?
Me lo ricordo bene, anche se io non lo chiamavo così, e quando me lo sono trovato davanti, su quel lettuccio d'ospedale, non credevo che avrebbe avuto tutti quei capelli bianchi.
Credo che più di tutto mi piacesse la sua voce, che sembrava venire dal profondo della terra, roca come il rombo sordo del vulcano. Chiedevo sempre, quando arrivavano gli amici dei miei, se lui ci sarebbe stato, così da ascoltare quel fuoco, anche se poi non è che mi ricordo parole particolari, o ricordi che potrei stanare e far correre su queste pagine.
So solo che anche se non continua ad avere quei capelli neri, la voce, lo spirito, gli sono rimasti dentro, un poco più fievoli dell'ultima vota, che il cuore, si sa, comanda lui sulle parole. Ha retto anche questa volta, e ne ha trovate meno del solito, e fra quelle c'era il non detto per cui ci siamo tenuti la mano, ed abbiamo respirato per un poco mentre gli davo un po' dell'aria fresca di fuori, e lui ri-alimentava quelle braci, cercando di non alzar troppo le fiamme.


"Tieni stretto ciò che è buono,
anche se è un pugno di terra.
Tieni stretto ciò che devi fare,
anche se è molto lontano da qui.
Tieni stretta la vita,
anche se è più facile lasciarsi andare.
Tieni stretta la mia mano,
anche quando mi sono allontanato da te."(poesia indiana)

Ecco, che oggi va così, perché ci sono questi momenti in cui le persone attorno sembrano scomparire, o forse, di nuovo, siamo noi che andiamo, però ora non ha importanza. Il navajo correrà ancora, anche se più piano, sulle colline che circondano Roma...
 mentre con la piccola Denise, quella che ci stava sempre dietro più veloce di noi, e che ho ritrovato donna, un passo avanti a me.. chissà se troveremo il modo di accorciare questa distanza di tanti anni, di far di nuovo incontrare le nostre due voci in racconti che si sovrappongono, si scaldano un con l'altro, ci tengono lungo tutte le rotaie e le strade che separano Roma da Torino.
La so addormentata al posto del navajo,  forse aspettando una carezza, una mano che la tragga fuori da questo angoscioso sogno, per tornare qui.
La so addormentata, più leggera ma forse per questo persa nel dolore di quel frutto del grembo, che qualche Dio s'è ripreso indietro.
Forse dovrebbe curarsi di non darci fiori troppo belli (come io e te sappiamo bene), se poi è così presto a riprenderseli.
Oh, lo so, anima mia, che non lo dovevo dire! ché è meglio averli avuti solo un istante, piuttosto che non ci siano mai stati. Epperò, lascia che anche io una volta mi conceda di domandarli indietro... lascia che mi conceda di domandare indietro la vita, se me la rende tutta intera, di tutti i pezzi delle "mie" anime belle; lascia che chieda , perché forse ho paura che quando avrò raccolto tutti i pezzi dell'anima mia, dovrò anche io ridarla indietro, ma non saprò più contarli,  e dimenticherò. 
lascia che chieda, piangendo una preghiera che si sgocciola su quelle stesse mani che, giunte verso quello stesso dio, si scaldano mentre la la voce, come una fiamma di candela, spinge fuori un quieto sussurro...
 "amaci, e fa ciò che vuoi". 



giovedì, aprile 10

Tesi (l'incocco)

Sto guardando attorno, sai. Sarà che è primavera e non è più tempo di dormire. Sarà che gli esami si avvicinano, quindi sta finendo un viaggio, e mentre arrivo alla coincidenza da cui inizia il prossimo, mi concedo il tempo per guardare lentamente con lo sguardo appreso da questo precedente andare...un po' più aperto, più libero, mi pare.
Sto guardando in modo nuovo, ma con gli occhi intrepidi di sempre, pieni della curiosità  che cerca di rispondere a mille domande... e poi s'accorge che è sempre una e la stessa. E non è proprio una domanda, forse, è una  ri'cerca.
 Incocco, e gli occhi si concentrano sul bersaglio, mantenendosi aperti sull'orizzonte...

E così li vedo: due a due, darsi la mano, scambiarsi baci mai troppo lunghi o troppo lenti seduti sulla panchina nascosta dalla mimosa verde di foglie. Li vedo raccontarsi all'orecchio, tenersi stretti sotto un ombrello, sfiorarsi con gli occhi sui binari, mentre uno va, ed uno resta.
Li vedo e rivedo quegli stessi abbracci: tenersi stretti alla vita e camminare con lo stesso passo sulla sabbia di mare, sfiorarsi con le mani in cielo, incontrarsi con gli occhi in piazza dei Miracoli: due capolavori sotto ai monumenti.
Vedo quello che prima non sapevo di voler cercare, anima mia. Non lo sapevo, prima di averlo trovato.
Lo vedo mentre lascio aperte le porte e le finestre alle novità e al vento che si insinua tiepido a ripulir la casa della polvere, a portar via pagina dopo pagina le nozioni di osteopatia che si fanno sangue, ogni giorno di più, sfuggendo ai libri per risalirmi nelle mani.
Lo vedo mentre risento tutti quei gesti che non avevo creduto di saper fare, quel sedersi accanto accanto, salutarsi dietro i vetri dei treni, tu con un panino in mano, io con le chiavi della moto, in movimento apparente ... uno via dall'altro... ma solo per ritrovarsi una volta finito questo viaggio, apparentemente contro-verso, dall'altro lato. Come se ciascuno lasciasse il binario 2, uno salendo sul vagone per scendere dal lato opposto, e l'altro imboccasse il sottopassaggio ma sempre per giungere al binario Uno: e ritrovarsi di fronte, senza mai essersi separati veramente.

E in questo tempo così breve che non finisce mai, sto guardando tutti i particolari che ti voglio raccontare, che voglio di nuovo imparare a memoria per sapere di saperlo fare...  innescando quei neuroni a specchio che seguono un bacio, una carezza, un abbraccio e se lo copiano mille volte, finché ti pare di averlo dato tu, quel bacio lungo come il viaggio che sto facendo per andare a ritmo con questo Uni-verso, che ci riporta sempre di fronte.


Oggi attraverso lo specchio, quello grande in cui ci riflettevamo tutti e due.
Qui attraverso lo specchio, quello grande in cui rifletto tutti e due.
Ora attraverso la de-flessione di questo ri-flettere, per lasciarsi andare in modo diverso, sapendo quel che si vuole e tenendolo nelle mani in questo continuo guardarlo attorno, per poter
andare nel verso giusto. Verso di Te.

venerdì, marzo 7

un sorriso da bambino

Li hai visti, i bambini quando sorridono?
sembra che sappiano qualcosa che non sai... Non dico ridere, ma sorridere. Anche se mi piace quel loro ridere a bocca aperta, senza fine, senza pensieri. Se ne vedono sempre meno, ma mi ricordano quelle volte che facevo l'aereo sulle braccia di mio papà, o rotolavo nel prato, o mi imbrattavo la faccia di more e correvo nei prati senza che niente potesse far pensare ad una fine (per così dire) logica, perché la logica, da bambini, è tutta personale e presente:
si immagina, da bambini, ma si immagina "ora", e tutto diventa vero.
Da bambini è tutto un "facciamo finta che eravamo...", il che delinea una storia passata, ma poi c'è solo il presente: "facciamo". E questo fa anche capire che da bambini si sa, la differenza tra immaginazione e presente, ma le due estremità si baciano, e tutto è, contemporaneamente.

Ecco, a volte si passano anni a cercare di ritrovare quel bambino, e taluni credono che infilarsi cose da adolescenti, farsi le codine, bamboleggiare con fare birichino sia tutto ciò che serve.
Invece non serve altro che ritrovare quel senso di sorpresa che deriva dal non aspettarsi le cose, dal non sapere ancora che babbo Natale non è che che quello zio travestito, o mamma e papà che mettono i doni sotto l'albero quando alla fine, dormi. Però immagini e sogni, e le immagini e i sogni si realizzano. 
Non dico ti dico niente di nuovo, ma di nuovo c'è che ho rivisto quegli occhi, ho rivisto quel sorriso apparire fra le rughette del viso e i capelli che oggi non hanno più tanti riflessi biondo-cenere, quanto piuttosto delle spume grigio-bianco, ma questo mi piace; "facciamo finta che mi era caduta la neve sui capelli e...".  E...
Va bene, sai. Apprezzo questa vecchiezza che racconta i ricordi senza volerli più, senza fermarsi a dire come era bello, perché è bello ora. Ora che "facciamo che", senza fare finta.

E che ne facciamo, ora? Ora che non ci sei, amico mio con cui abbiamo valicato i mari, e corso nei cieli, e ci sono io per tutti e due;  ora che infilo quella maglia solo perché il biplano mi rimette le ali, e mi sento un aviatore anche senza andare da nessuna parte,  "facciamo che avevamo già visto questo addio, e ci ritrovavamo..
E ci ritrovavamo?
Si, facciamo che era qui, facciamo così!
Perché ho rivisto quel sorriso mentre stavo accucciata di fronte ad una piccola principessa, mentre seria seria (te lo ho detto che ce ne sono pochi, di bambini che sorridono) giocava nel corridoio con un cavallo viola, spiegandomi che volava solo perché era un giocattolo, mentre per me volava davvero perché aveva le ali, come il mio biplano e la mia immaginazione. 
E l'immaginazione, quella si, che mi ridona il sorriso. Poiché adesso che gli anni si son fatti monili, il cuore resta monello e ride, a bocca aperta, vedendosi sorridere allo specchio, ben sapendo qualcosa che prima non sapeva. Che tutto ciò che immagini si realizza, ora, qui.
Perché è ora, e qui, che riconosci di averlo creato nei giochi: "facciamo finta che ero una maestra, un grande mago, un lanciatore di coltelli, un paracadutista, un guerriero, uno scrittore, un pirata...".
Tante di quelle vita, abbiamo vissuto tu ed io, e tante di quelle volte ci siamo incontrati. 
Ora, dunque, "facciamo che.." ma non facciamo più finta, perché questa al fine è la differenza fra gli adulti e i bambini: gli adulti non fanno più finta. Fanno.
Eppure questo non vuol dire smarrire i sogni, smettere di immaginare (che ci fa vedere le vie di uscita, le soluzioni, le vie in partenza). Non fare più finta significa che si è consapevoli che quello che si immagina è reale, in questo magnifico gioco che è la vita, quindi si possono formare le cose in modo consapevole: proprio come si scrive, purché non ci si perda negli "automaticamente".
Non fare più finta significa che, ben sapendo che tutto è nell'immaginazione, la storia e la meta si scrivono con quel "facciamo", e non con quello "che eravamo".

Ecco... Facciamo che sorrido allo specchio, e d'ora in poi, invece del sorriso che ora si vede, cerco quel che l'Alighieri dice essere il "molto ... da vedere che tu non vedi". Quello che è dietro agli occhi, dove ti riconosco ogni giorno, qualunque colore hai "fatto finta" che abbiano.